Il mio Silenzio


Fa male al cuore. Fa male dentro.
E` l'unica cosa che posso dire ora, l'unica di cui sono certa. La realtà è che mi sento
confusa, e fatico a ricordare ogni cosa, non ricordo – pensate – nemmeno il mio nome.
Mi sento stanca, e mi sento male con me stessa, e non so cosa ci faccio qui, a Silent Hill,
da sola... mi ricordo la città, mi ricordo che l'ho visitata spesso, ma perchè? E perchè ora
ci sono tornata? Ho una spiacevole sensazione di abbandono ed inquietudine, attorno a
me, dentro di me.

Una ragazza. Avrà sui trent'anni, capelli biondi lunghi, lisci e poco curati; mi sta fissando,
mi sta fissando sempre di più, dritta davanti a me, dritta negli occhi. E anch'io non
riesco a distogliere lo sguardo da lei. Quei suoi occhi azzurri, vitrei... spenti... mi
guardano, mi scrutano, immobili, sbarrati, mi accusano e mi comprendono allo stesso
tempo. Non riesco a sopportarli, quegli occhi. Non riesco più a guardare, sto tremando,
devo distogliere lo sguardo, ho un magone in gola, sto sempre più male, devo distogliere
lo sguardo ora.
Mi sciacquo il viso e mi allontano dallo specchio.

L'aria fresca dovrebbe farmi bene, ma non è così. Questa... nebbia. Mi confonde ancora
di più, fa apparire tutto così irreale, così grigio, così deprimente. Forse dovrei cercare un
luogo più piacevole, rilassante, che mi consenta di schiarirmi le idee senza opprimermi
in silenzio.
Mi incammino.
D'improvviso, il flebile rumore del vento, fino ad ora l'unico suono percepibile, viene
squarciato da delle voci. Non sono grida, ma in un silenzio così profondo quasi mi
infastidiscono. Sono due voci femminili, come sospese nell'aria:

<< Io non vengo. Sul serio, non insistere. >>
<< Come?! Questo comportamento non è accettabile, cosa ti salta per la testa? >>
<< Non cominciare, ti prego. La mia posizione è questa e non ho intenzione di
modificarla. >>
<< Mi vergogno per te. Sono indignata, [...] >>

Le voci vengono d'improvviso interrotte da un suono più forte, come di un respiro
affannoso affiancato da un rapido battito cardiaco; dura pochi secondi, poi lascia
nuovamente spazio alle due donne:

<< [...] uno straccio di motivazione! >>
<< Non è quello, mamma, non puoi capire, non vuoi capire. >>
<< E cosa dovrei capire? Spiegamelo! L'unica cosa che capisco è che tu, persino in un
momento come questo, ti rifiuti di [...] >>

Le voci si spengono così come si erano accese, e benchè mi sia guardata intorno non
sono riuscita a scorgere nessuno. Non c'è nessuno, qui in strada, né sembra esserci una
finestra aperta da qualche parte, dalla quale potrebbe filtrare un simile dialogo.
Proseguo il mio cammino, confusa.

Oh, una persona?! Sembra una bambina. Sta camminando verso di me, forse mi ha
vista. Forse è anche lei qui sola? Sta saltellando, sembra allegra. Si fa inquieta di colpo,
ma continua a muoversi verso di me, lentamente. Si ferma, allarga la bocca in un bel
sorriso, forse non del tutto sincero:
<< Ciao! >>

Tutto si ferma per un istante. La bambina è graziosa, i boccoli dorati, tenuti benissimo, i
vestiti eleganti, il viso pulito. Avrà all'incirca dieci anni. Gli occhi... sono azzurri, forse
blu, più accesi dei miei.
<< Ciao – le rispondo - Cosa ci fai qui, tutta sola? >>
<< Sono venuta a trovare il nonno, ma sono venuta in anticipo e così ho un po' di tempo
per visitare il quartiere. Piacere, mi chiamo Veronique! >>
<< Piacere, Alice. >>
Le ho mentito. Come giustificare, a una bambina per giunta, il fatto che non ricordo il
mio nome?
<< Alice verresti con me al parco? C'è il lago laggiù, mi piace molto, è molto tranquillo.
>>
<< Certamente, andiamo. >>
Ho un po' paura per questa bambina, da sola in una città così strana; possibile che il
nonno le abbia consentito di aggirarsi per la città senza nessuno che la controlli?

Giungiamo al Rosewater Park, e ci sediamo, guardando il lago, pacifico testimone di
tutto ciò che accade nella città.
<< Allora, Veronique, cosa... >>
Un grido, dilaniante, soffocato, interrompe il mio tentativo di iniziare un discorso con la
piccola. Proviene da sinistra, nella nebbia si può scorgere qualcosa.
Il grido continua, ora è più vicino, e si possono udire anche dei passi.
Veronique sta guardando in quella direzione:
<< Che cos'è? Con questa nebbia non riesco a vedere. Tu sai che cos'è? >>
<< No, piccola, ma non mi piace. Credo che dovremmo alzarci da qui e andarcene. >>
<< Magari è un signore che ha bisogno di aiuto. Devi cercare di capirlo, di assecondarlo
se ha bisogno di aiuto. >>
<< Non credo che sia umano e non credo che abbia bisogno di aiuto, Veronique! >>
<< Come non è umano? E se non è umano cos'è? >>
<< N... non lo so, ma... >>

E` vicino, ora. Si può distinguere la sua forma nella nebbia. Si muove lentamente,
sembra avere... tre gambe? E'... un mostro? Eppure il volto sembra umano. Guarda
verso di noi. Ha gli occhi vitrei, come i miei. Questo mi inquieta ancora di più, davvero,
non posso, non posso guardare quegli occhi. Il capo è piegato in avanti, come fosse un
po' gobbo, e questo rende il suo atteggiamento in qualche modo più aggressivo, più
diretto.
I suoi lamenti continuano a farsi sentire mentre si avvicina a noi.
Afferro la mano di Veronique e cerco di trascinarla via con me, ma non sembra essere
d'accordo:
<< Cosa fai? Non dobbiamo scappare, dobbiamo rimanere. Non è educato andarsene.
Ascoltiamo il signore. >>
<< Non credo che il signore abbia buone intenzioni verso di noi, dolcezza... >>
<< Buone intenzioni? Come puoi sapere quali sono le sue intenzioni? Sei solo una
bambina, non sai ancora riconoscere le buone dalle cattive intenzioni! >>
<< Cosa stai... >>

Con un balzo la creatura si avventa su di lei. Riesco per una frazione di secondo – le
nostre mani erano ancora strette – a portarla via, e trascinarla con me lontano da quel
mostruoso essere. La mia condizione psicologica era come peggiorata d'improvviso.
<< Non sto bene, Veronique. Devi scusarmi. Ho un po' d'ansia, un po'...>>
<< Chi se ne importa se non stai bene! Io... Tienitelo per te, no? Tieniti tutto dentro. Un
giorno passerà. >>

Inizio a non sopportarla. Sul serio. Mi sento come se in me non ci fosse neanche un
briciolo di spirito materno, anzi, se potessi ucciderla, lo farei ora. Se avessi una figlia, le
impedirei di crescere in quel modo. Queste sue parole mi hanno fatto male.

Forse ha intuito questo mio improvviso astio nei suoi confronti, si è fatta scura in volto.
<< Devo andare dal nonno adesso. >>
<< ... Io... Fai attenzione, Veronique. >>

Torna sui suoi passi, cammina piano, eppure sa che la creatura è da quella parte. Perchè
non ha preso un'altra strada? Perchè? Ci sono così tante strade qui.

Non faccio nulla per fermarla, quasi per orgoglio. Mi giro, e mi incammino di nuovo.
Un rumore sordo e periodico inizia a sentirsi, ma non mi fermo, proseguo. Dalla nebbia
inizia a delinearsi la figura di un'automobile parcheggiata, il rumore proviene senz'altro
da lì.
Non vedo nulla di realmente minaccioso e sono anzi attratta dall'auto, mi ci avvicino... Il
rumore è sempre più forte, sempre più sordo, ovattato, come di un cuore che palpita
straziato.
Attraverso i finestrini posso vedere come delle figure indistinte e informi, che si
muovono di un movimento ripetitivo, ciclico, e ad ogni ciclo quel suono.
Su un finestrino trovo una pagina di un libro; cosa ci fa lì? La pagina di un libro come
incollata sull'esterno di un finestrino?! La prendo, cos'altro dovrei fare?

<< Coloro che vengono educati in una certa maniera,
hanno più difficoltà a superare un trauma infantile.
Atmosfere severe portano i bambini ad avere scarsa fiducia
e scarso rispetto di sé.
Un'educazione di questo tipo può portare il bambino a chiudersi in se stesso,
e impedirgli di superare, anche in età adulta, il dolore.
Il non riuscire a liberarsi di tale dolore, il non riuscire a staccarsi dal passato,
rende impossibile, o perlomeno improbabile, ogni possibilità di perdono
nei confronti di coloro i quali sono consciamente o inconsciamente ritenuti responsabili
della costante inquietudine e instabilità mentale cui tali individui sono soggetti. >>

Sembra un saggio di psic...
Gli occhi mi si sbarrano d'improvviso. Mi manca il respiro. Soffoco, soffoco, soffoco,
soffoco, soffoco, soffoco...
Una fitta al cuore. Fa male dentro. Le lacrime, improvvise. I ricordi.
Soffoco.
Mi accascio al suolo, piango piano.
Lentamente riesco a far filtrare di nuovo l'ossigeno nei miei polmoni.
Un lungo respiro.
Riprendo il cammino, lasciandomi alle spalle l'auto che non aveva smesso per un solo
istante di essere fonte di quel disturbante rumore di vita e di morte.

Mi metto una mano nella tasca, sicura, memore, di trovarvi qualcosa; una lettera. Una
piccola busta con una piccola lettera scritta a mano. Sono cosciente, ora. So perchè
sono venuta qui a Silent Hill, da sola: devo consegnare questa lettera.
Raggiungo il cimitero, cerco la sua lapide.
Eccola, è quella; i fiori sono ancora freschi... La foto. Un brivido mi scorre lungo la
schiena vedendola. E' una foto che risale ad almeno quindici, venti anni fa; non sapevo
che avessero scelto quella. Gli occhi mi si socchiudono come carichi di rancore, il groppo
alla gola, il dolore dentro, in fondo al cuore, distolgo lo sguardo.
L'epitaffio non era nulla di originale:

<< Zbigniew Piesiewicz (1931 – 1999)
La malattia ti ha infine strappato a noi tutti,
per sempre ti ricorderemo con gioia, amore e calore.
Tua figlia Grazyna, tuo genero Tomasz, tua nipote Veronika.
>>

Hanno inserito anche il mio nome, d'altronde non mi sorprende.
Alzo lo sguardo al cielo, la nebbia si sta diradando.
Lascio cadere la mia lettera quasi con sdegno, e senza distogliere lo sguardo
dall'orizzonte mi incammino sulla via del ritorno, lasciandomi alle spalle questa lapide e
questa città, nella speranza di non dovervi fare ritorno mai più.

<< Nonno, sono io, Veronika.
Dopo quasi vent'anni ti rivolgo nuovamente la parola.
E no, non è per darti il mio perdono, quello non lo avrai mai.
Hai rovinato la mia vita, l'hai rovinata per sempre, come puoi,
mi chiedo,
come puoi anche solo pensare che io possa perdonarti?
Durante la tua malattia, non ho provato compassione.
Se fossi in grado di provare sensazioni piacevoli, il vederti
immobile
in un letto d'ospedale,
impotente
dinanzi agli eventi,
mi avrebbe dato gioia e soddisfazione.
Non sono venuta al tuo funerale. Non sarei mai stata in grado
di pregare per te.
Non ti considero degno di preghiere, o lacrime.
Sono venuta qui ora, da sola, a fare visita alla tua lapide,
per lasciarti questa lettera.
Il motivo per cui l'ho scritta, per cui vorrei che tu leggessi queste parole,
non è il perdono,
ripeto,
non è la clemenza,
no,
ciò di cui voglio assicurarmi è che tu non abbia frainteso,
in tutti questi anni,
il mio silenzio. >>