In the Fog I See you Better
“Do… Dove sono?”
Una densa nebbia avvolgeva il confuso Smith. Un uomo sulla trentina. Aveva lisci capelli castani non molto lunghi che gli arrivavano alla nuca. Una barbetta appena accennata gli evidenziava il mento e si completava a pizzetto sotto le sue labbra carnose. Gli occhi neri come la pece squadravano i dintorni spaesati. Si trovava steso su di una panchina all’interno di quello che sembrava il cortile di un albergo. Ma non un albergo qualsiasi…
Smith: “…il Lake View Hotel…”
Smith conosceva quel posto, o meglio, ne aveva sentito parlare di recente ma non l’aveva mai visto, ne in foto ne dal vivo. Si presentava come un edificio in buono stato. Nulla di troppo sfarzoso o esagerato anzi… Piuttosto semplice. Lunghe assi bianche ne sottolineavano la struttura in orizzontale. Qualche balconata dalle decorazioni mangiate dal tempo affacciava su un lago che per quanto potesse vedere Smith poteva essere anche l’oceano... Se capì che era un lago fu solo grazie al nome dell’albergo che di certo non lasciava spazio ad ulteriori interpretazioni. Tutto in buono stato, certo ma, sarà per la nebbia, sarà per l’apparente abbandono della popolazione locale, quel luogo puzzava di morte… Se quell’edificio non fosse stato lì, quel luogo poteva essere scambiato per un cimitero.
S: “Cosa ci faccio qui…?”
Beh, in effetti neanche in una situazione normale Smith avrebbe scelto un albergo del genere. Avrebbe preso un albergo più sofisticato, più grande e più… vivace. Non si sarebbe lasciato scappare molte comodità anche se avesse dovuto spendere un po’ di più. Sostanzialmente non è un tipo che cerca il meglio senza badare a spese ma quando può permettersi qualcosa di meglio non si tira di certo indietro.
Si alzò dalla panchina con una terribile emicrania. Si chiese se avesse sbattuto la testa da qualche parte. Cercando di ricordare cosa fosse successo un immagine si fece spazio nei suoi pensieri…
S: “Lucas… Lucas! Lucas dove sei?!”
Silenzio… La cosa più rumorosa era lo spostarsi lento della nebbia che sembrava spingere Smith per quanto fosse densa, palpabile. Il giovane non sapeva cosa fare, come muoversi ma non era restando lì che avrebbe trovato suo figlio. Lucas aveva intorno ai 9 anni, occhi castani e capelli neri a spazzolino in avanti. Faceva per allontanarsi dal lugubre albergo quando sentì lo scricchiolio della porta d’entrata. Istintivamente si voltò verso di essa. Si stagliava semiaperta in cima alla piccola rampa di scale d’entrata. Titubante Smith si avvicinò alle scale.
S: “C’è qualcuno? Chi sei?”
???: “…sigh… sigh…”
S: “Lucas!!”
Dall’albergo si sentivano i singhiozzi di un bambino in lacrime. Smith riconobbe la voce di suo figlio e preoccupato corse su per le scale ed entrò nell’albergo. Vuoto. Il buio sembrava inghiottire l’ignaro uomo. Cercò nelle tasche qualcosa utile per aiutarsi a vedere meglio e trovò un accendino, lo accese e iniziò a guardarsi intorno.
S: “Lucas? Lucas sei qui?”
???: “…sigh… sigh…”
La voce proveniva da dietro il bancone della reception. Smith con cautela si avvicinò al bancone scrutando ciò che la flebile fiamma illuminava.
Un bambino affondava il suo viso nelle mani e piangeva. O almeno questo credeva Smith prima che il piccolo si alzasse di scattò e scappo via ridendo di gusto come fanno tutti i bambini dopo aver fatto uno scherzo non proprio divertente.
S: “Ehi tu! Non scappare! Vieni qui!”
Troppo tardi. Lo sconosciuto era ormai parecchie stanze lontano. Smith notò una lettera lì dove era seduto il bambino. L’aprì e lesse.
“Vieni… vieni… vieni da me e abbracciami come hai sempre fatto.
Stringimi… stringimi… stringimi a te e la paura allontana da me.
Prega… Prega… Prega alla mamma che dal cielo ci salvi da questa condanna.
Poi c’era una frase cancellata. Una frase aggiunta dopo da qualcuno che di certo non si era preoccupato di scrivere nei righi. Fortunatamente era così mal cancellata che Smith riuscì a leggere la frase. “Papà! Non è colpa mia!”. La chiave della stanza 212 cadde dalla lettera.
S: “E’ lì che vuoi che venga?”
Smith si voltò verso le scale che portavano al secondo piano e iniziò a salirle finché un terribile urlo di dolore non folgorò il silenzio stantio della hall penetrando nel cervello di Smith con una inarrestabile violenza. Qualcosa alle spalle di Smith si muoveva e lanciava fortissime urla di dolore. Smith si voltò di scatto terrorizzato e guardò verso la hall. Un’ombra nel buio si trascinava verso l’uomo sulle scale. Le urla di dolore, talvolta soffocate da singhiozzi, non cessavano. Smith pensava che il cuore stesse per scoppiargli. Continuò a scrutare aspettando che la creatura si facesse bagnare dalla fioca luce dell’accendino.
*TU TUM*
*TU TUM*
I secondi d’attesa sembravano interminabili poi eccolo lì, illuminato in parte dalla luce Smith riuscì a vedere l’aspetto della creatura; un ammasso di occhi dalle svariate dimensioni si trascinava sul pavimento della hall. Si muovevano, alcuni lenti, altri ad una velocità surreale. Lasciavano una scia di sangue al loro passaggio. Alcune iridi si incastravano tra di loro, altre si univano, altre ancora si staccavano. Smith lasciò cadere l’accendino giù per le scale e corse al secondo piano. Provò ad aprire le prime porte ma niente, erano bloccate. Le urla della creatura lo perseguitavano, lo inseguivano serpeggiando nei suoi timpani, nel suo cervello… facendogli vibrare l’anima. Poi finalmente la stanza 206 si aprì. Smith si fiondò al suo interno e chiuse la porta alle sue spalle. Si accasciò a terra e iniziò a dare di stomaco sulla moquette della camera.
???: “Ma guarda qui cosa abbiamo? E l’educazione?
S: “Eh…?”
???: “Non sai che è da maleducati entrare senza preavviso nella camera di una signora?”
Una donna da biondi capelli delicatamente raccolti in una forcina a forma di farfalla si alzò dal letto. Due ciocche bionde le incorniciavano il viso dai tratti dolci, quasi eterei. Aveva i due occhi cerulei puntati sull’uomo. Una candela posta su un comodino illuminava la stanza mentre la donna si avvicinava a passo lento verso Smith. Prese un fazzoletto dalla tasca della sua gonna e pulì le morbide labbra di Smith. Poi gli voltò il viso verso di se e si paralizzò. Il suo dolce sguardo scappò via lasciando spazio a due occhi impregnati d’ira. Diede un forte schiaffo a Smith che rimase sconcertato dal gesto.
???: “VA’ VIA!! LASCIA IN PACE MIO FIGLIO SCHIFOSO FIGLIO DI P******!!!”
S: “Ma che…?”
???: “Non sono stata chiara?! DEVI ANDARTENE!!!”
S: “Lucas?! Parli di Lucas?! Dimmi dov’è!! Lui è MIO figlio!!”
???: “Taci!!”
La donna scappò via nel corridoio. Smith la seguì ma era come scomparsa. Il corridoio era vuoto. Rimase perplesso sull’accaduto. Ancora un po’ intontito dallo schiaffo riprese a dirigersi verso la stanza per cui era salito al secondo piano, la 212.
*click*
La porta si aprì con facilità. Prima che potesse aprire la porta qualcuno parlò a Smith dal corridoio. Erano due voci di bambini.
???: “Dovresti dare ascolto a Miss Helena!”
???: “Infatti!!”
S: “Tu…”
Smith aveva riconosciuto uno dei bambini. Erano due gemelli. La bambina aveva lunghi capelli corvini legati in due trecce che poggiavano sulle sue spalle. Il fratello i capelli della stessa tinta ma a baschetto.
S: “Miss Helena?”
???: “Sì, la madre del nostro nuovo amichetto!!”
???: “Wrath, fratellino, avevi ragione. Questo è tutto scemo!!”
Wrath: “Te l’avevo detto no? E tu stupida che non mi credi mai…”
???: “Non chiamarmi stupida!!”
W: “Revenge è stupida! Revenge è stupida!”
Revenge: “Smettila!!”
S: “Bambini, mi portate dal vostro amico?”
W: “Sì è proprio stupido…”
R: “..eh sì… stupido forte…
W: “Se non sapevi che il nostro amichetto stava in quella stanza perché la stavi aprendo?”
S: “Lucas è qui dentro?”
W: “Hihi… chissà!!!”
I due corsero via ridendo come era loro solito fare:
R: “Lucas aveva detto di avvertirlo però …”
W: “Sì lo so, e solo che abbiamo aspettato così tanto questo momento… Anche lui lo voleva all’inizio. Altrimenti non saremmo qui! Divertiamoci!”
R: “Hai ragione! Ahahha!”
Smith ignaro dell’ultimo discorsetto dei due birbanti afferrò la maniglia della porta. Una forte energia scaturì da quel gesto. Il corridoio inizio a corrodersi. Alla carta da parati si sostituirono pareti arrugginite e insanguinate. La moquette bruciò lasciando spazio a cancelli di ferro che lasciavano scorgere il corridoio inferiore… e l’inferno di oscurità più sotto ancora. Smith era un passo da suo figlio e deciso aprì la porta varcandone l’uscio. Helena era lì, in piedi in mezzo alla camera d’albergo. Alle sue spalle Lucas piangeva in un angolo e alla vista di Smith iniziò ad urlare:
Lucas: ”Papà!! Non è colpa mia!!! Te lo giuro!!!”
S: “Lucas non preoccuparti, adesso ci sono qui io.”
L: “S… sì…”
H: “Non vedi che è terrorizzato già abbastanza?!”
S: “Togliti di mezzo!”
H: “Non ti permetterò di sfiorarlo nemmeno con un dito! Quel povero angelo…”
L: “Non è vero papà! Io ti voglio bene!”
H: “Lucas… piccolino… non avere paura. Digli quanto lo odi. Digli quante volte hai desiderato che non tornasse da lavoro.”
Lucas abbassò lo sguardò… una lacrima gli rigò il viso angelico.
H: “E ora… MUORI!”
Helena iniziò a trasformarsi. Le braccia si attorcigliarono formando un unico corpo e sigillando le mani in preghiera. Due lunghe braccia uscirono dalla schiena strappando il soffice abito della donna. La gonna divenne carne e unì le gambe creando un solo corpo di sangue e organismi. Dal ginocchio in giù le gambe erano ancora separate e con quelle si aiutava a trascinarsi in avanti. Una delle braccia afferrò una lancia conficcata in un buco di carne formatosi nella parete.
H: “NoN tOcChErAi MiO fIgLiO!!! Lo PrOtEgGeRò FiNo AlLa MoRtE! E cOn LuI sAlVeRò AnChE i TuOi AlUnNi!!!”
L: “Mamma no!”
S: “Mamma? Tu non sei Lilith… Perché ti chiama mamma?”
Smith afferrò un tubo arrugginito incastrato nella parete e colpì Helena in pieno viso ancora prima di permetterle di finire la mutazione.
H: “KYAAAA! BaStArDo! Ti UcCiDeRò!!!”
Solo le urla d’ira di Helena rischiavano di far cadere Smith. Egli riuscì però ad assestare un altro colpo. Helena cercò di infilzarlo con la lancia riuscendo a prenderlo però solo di striscio sulla spalla. Smith colpì con un forte colpo la mano della creatura obbligandolo a lasciare la presa della lancia. Afferrò l’arma buttando lontano il suo palo arrugginito ormai piegato e quindi inutilizzabile e infilzò la creatura trapassandole la testa e il busto. Continuò ad infilzarla fino a trascinarla fuori la balconata alle sue spalle.
H: “Sei... bravo… a ”farlo”… eh…?”
Smith lasciò Helena precipitare giù nel burrone presente alle spalle dell’Hotel, dall’altra parte rispetto al lago. Le mani sudate avevano lasciato la presa corse dentro da suo figlio e si avvicinò di corsa per abbracciarlo. Lucas inaspettatamente arretrò.
S: “Lucas che succede?”
Smith pose una mano sulla spalla del figlio che iniziò a piangere. Mostrandogli uno sguardo terrorizzato. Sì, era terrorizzato di lui.
S: “Lucas è tutto finito ora.”
L: “Sì… sì… hai ragione…”
Il piccolo si asciugò le lacrime quando improvvisamente una fitta colpì le gambe di Smith che iniziò a dimenarsi dal dolore. Cercava di trattenere le urla per non spaventare il figlio ma il dolore atroce era troppo e qualche lamento usciva inevitabilmente. Lucas guardava dispiaciuto il padre ma più tranquillo.
L: “Si, è vero. E’ tutto finito ora… non volevo… ma tu…”
S: “Ugh… di che parli…?! Ughh..”
…..Smith perse conoscenza…
*Biiip* *Biiip*
Sala d’ospedale. Smith si guarda intorno ma è tutto buio.
Infermiera: “Oh, si è svegliato signore. Come sta oggi? Finalmente oggi verrà operato!”
S: *affanno* “Do-dove.. dove so…?”
Come un fulmine a ciel sereno i ricordi si fecero spazio in Smith tornando ad occupare quei posti della coscienza che già occupavano prima che lui tornasse al Lake View Hotel.
S: (Ora capisco… Io li ci sono già stato. Quando ero nei primi periodi di convalescenza dovetti fare alcune visite all’Alchemilla Hospital. Sì, sono convalescente… Fu una sera. Ero in macchina con mia moglie, Lilith. Un camionista ubriaco ci stava venendo contro, l’impatto fu inevitabile. Lilith perse la vita, io solo la vista. Fui trasferito all’Alchemilla Hospital e per comodità lo staff medico mi prese una stanza al Lake View Hotel che era l’albergo più vicino. Una doppia, la 212. Mi trasferii là con mio figlio. Ecco perchè non avevo mai visto quell’albergo, ero cieco quando ci andai… Prima dell’incidente lavoravo come Professore di Lingue. Dopo l’incidente persi lavoro, moglie e la mia vita stessa. E un giorno persi anche la testa, mi sentivo impazzire… quel giorno… afferrai Lucas… e… e…
Da quel giorno iniziai a non controllarmi più. Succedeva sempre più spesso ma non vederlo, non vedere quegli occhi terrorizzati mi faceva stare meglio. Avevo perso il senno della ragione… Fino a che non venni trasferito in ospedale per l’operazione agli occhi. Chiusi gli occhi per riposare e diedi inizio al mio incubo…)”
Infermiera: “Ok, la sala operatoria è pronta. I medici la stanno aspettando. Aspetti che l’aiuto ad alzarsi… Signore che succede?”
S: “Io… non ci riesco.”
Le gambe di Smith sembravano paralizzate. No, ERANO paralizzate. Non riusciva a muoverle, non le sentiva.
S: “Non sento le mie gambe!”
I: “Oh mio Dio! Aspetti! Chiamo subito un dottore!!”
La donna uscì dalla stanza.
Dei passi si avvicinarono a Smith che provava invano a muovere le gambe.