Fallimento
Nathan Avenue… L’asfalto nero procede lento, il paesaggio statico ed immobile… Nulla in movimento, ad eccezione dell’uomo che da solo vaga per il grande stradone che collega Paleville alla parte nuova della città. Il Rosewater park lo accoglie nel silenzio più totale. L’immobilità completa degli elementi naturali, nemmeno il soffiare del vento scuote quegli alberi congelati dal tempo e dal freddo. Le foglie in terra sembrano resti di un passato che non tornerà mai più, sembrano guardarlo con occhi fatti del loro secco essere, morte in terra, compatendo quell’uomo che è rimasto in vita, prigioniero di un mondo spirato.
I passi riecheggiano tra le mura di divisione delle aiuole, mentre passa accanto alla Donna che prega, dirigendosi poi sulle rive del Toluca… Qui si siede su di una panchina. Si lascia andare a peso morto, come se le gambe non potessero più reggere il peso del suo corpo, la testa abbassata, ciocche che cadono davanti al viso e l’impermeabile in pelle che si apre sulle tegole legnose che compongono il suo trono del regno del Silenzio… La brezza del lago gli carezza dolcemente il viso, la nebbia inumidisce le sue gote e si insinua nei lunghi capelli, mentre il freddo gioca cattivi scherzi penetrando fin sotto la carne, ove la pelle è nuda…
Guarda l’orologio oramai fermo da molto tempo… Le ventuno, tre quarti e venti secondi. Sorride, rivelando una nota di vago isterismo nella sua voce virile… Resta fermo, divenendo anche lui parte di quel paesaggio statico. Gli occhi verdi guardano le acque che si scontrano contro la sabbia, sotto al pontile, e si alzano poi verso l’alto.
“Grigio…”
Una mano si muove e va verso l’alto, l’impermeabile scivola giù lungo il braccio, rivelando parte del suo polso, mentre cerca di stringere qualcosa in aria… Ma non afferra altro che nebbia senza sostanza né forma. Che metafora di pessimo gusto, pensa fra sé e sé.
L’uomo è stanco di questo posto, si alza e riprende il cammino… Silenzioso esattamente come prima, porta le mani al colletto dell’impermeabile e lo stringe maggiormente sul collo, poi porta le mani nelle tasche e si avvia lungo il viale principale della città… Un tempo, la vedeva solamente da lontano, da quella piccola finestra della sua stanza, quando era giovane… Ed ora ci stava dentro, perso nel nulla totale, avvolto da quella nebbia che mai si diradava, da quel Silenzio che mai veniva rotto… I suoi passi lo portano stavolta di fronte alla chiesa… La osserva a lungo. L’indecisione lo coglie in toto, non sa se entrare o meno. Poi una mano si allunga sulla porta, la spinge forte ed entra.
Una soave musica fatta da organi a soffio e pianoforti lo avvolge… Sembra quasi come se il vento stesse soffiando melodicamente, rischiarando quell’anima turbata che gli scorre nelle vene. Si avvia verso l’altare e si pone in ginocchio di fronte ad esso.
“Perdonami… Quante volte te lo avrò chiesto… Sono immemore della mia stessa vita, non ho alcun ricordo se non quello della volontà di vederti, fisso, costante, indelebile, mi tormenta ad ogni giorno che passa, ad ogni secondo che il mio orologio non conta. Il tempo si è fermato, il mio intero mondo è impazzito da quando ho fallito… Ciò che mi rimane ora è solo il rimpianto, il rimorso, immerso in questa enorme gabbia fatta si Silenzio e Nebbia…”
Una mano va istintivamente sugli occhi, il corpo si china in avanti, i denti vengono mostrati… Ma nulla esce dai suoi occhi. Ha perso anche ogni singola lacrima… Per tutte le volte in cui ha pianto.
Lo sconforto lo assale, questo posto per lui è nocivo, non deve restare qui…
Si rialza dunque e riprende a camminare sui suoi medesimi passi, lasciandosi la chiesa alle spalle, tornando su Nathan Avenue. Passa oltre il Jacks Inn, la Texxon Gas, Il Pete’s Bowl-o-Rama, e continua diritto… I cartelloni pubblicitari senza alcun manifesto su di essi attaccati sembrano immense lavagne bianche… Mentre passa, esse rivelano la loro ruggine, prima velata dalla nebbia, macchie su di un bianco limpido… E nuovamente sorride, ironico.
Si ferma e li guarda… Nulla di nuovo, ma ogni volta gli dicono qualcosa di diverso. Senza alcun messaggio sopra, possono partorire quel che vogliono direttamente nella mente dell’uomo.
“Ruggine che macchia il bianco, un sogno splendente infranto dall’oscurità macabra che io stesso avevo creato…”
Guarda di nuovo l’orologio…
Le ventuno, tre quarti, e venti secondi…
I suoi passi continuano. Mentre cammina, il paesaggio cambia secondo l’ora in cui dovrebbe essere… La nebbia non scompare, viene solamente nascosta dal buio assoluto che avvolge di colpo la città. Notte fonda. L’uomo mette mano al suo taschino, prende una torcia, la accende… Il fascio di luce è interrotto a pochi metri di distanza da lui, rimbalzando sulla nebbia ed accecando la sua via ancora di più… Dietro di lui, il Silenzio viene interrotto. Voci sconnesse, urla strazianti, lamenti… Sono tornati nuovamente, come ogni notte, a perseguitarlo… Corre più veloce che può, verso quella casa dalla porta verde, vicina al lago…
L’edifico della Silent Hill Historical Society lo accoglie… Afferra la maniglia, entra in quel luogo freddo, ma non quanto l’esterno, questo è sicuro. E di sicuro, non minaccioso. Le porte sono ormai in pezzi, le oltrepassa semplicemente scavalcando le ante cadute in terra. Sulla sinistra della seconda stanza vi è il quadro… Lo osserva ancora una volta, come fa ogni giorno, da un tempo che nemmeno lui ricorda più. E da dentro il dipinto, qualcuno osserva lui.
“Mi chiedo quanto ancora vagherai solitario per queste vie… Non sei ancora stanco di tutto questo? Guardati… Sei l’incarnazione esatta del fallimento, un essere privo di alcuna vita che gira per il mondo che lui stesso ha creato per sé…”
L’uomo stringe i pugni, mentre abbassa lo sguardo e digrigna i denti…
“Di nuovo pieno d’ira. Come ogni giorno, mi distruggerai e come ogni giorno, io tornerò a farti visita, in eterno, amico mio… E’ da quando hai iniziato a domandarti se la vita che hai percorso fosse stata davvero giusta, che io sono qui per te… Perché non accetti quel che sei stato?”
“Fà silenzio… SILENZIO!!!!”
L’uomo viene accecato dalla rabbia, afferra il quadro e di colpo lo lancia contro le vetrate delle bacheche centrali della stanza… Il vetro tagliente perfora la tela del dipinto, squarciandolo in due. Esso vomita liquido cremisi, come fosse una persona in carne ed ossa…
L’uomo ansima, cerca di riprendere il controllo, ma questa volta l’ira è più forte… In un raptus di follia, inizia a prendere a calci il quadro, distrugge interamente i vetri, ferendosi anch’egli alle mani ed alle gambe. Ma le forza mancano dopo poco e crolla a terra…
Un suono di sirena riecheggia attorno a lui… Il buio lo avvolge interamente…
…
Le grate metalliche hanno un tatto orrendo sulla pelle nuda del collo, lo risvegliano con il loro graffiare di ferro divorato dalla ruggine. In piedi, di fronte a lui, l’essere del quadro lo osserva, mentre l’uomo resta sdraiato.
“Per quanto ancora andrai avanti in questa essenza di miseria? Non sarebbe più facile porvi una fine completa?”
“…”
“Sono dieci anni che ogni giorno rivivi la medesima giornata, dieci anni che vieni da me e dieci anni che distruggi questo luogo, che sanguini, che poi rinasci per rivivere esattamente la medesima triste sorte di ieri… Dieci anni che si compiono proprio oggi…”
“Dieci… Che razza di ironia nera…”
“Sono molte le ironie che riscontri ogni giorno, questa è solamente un’altra, ed andrà avanti in eterno, lo sai bene… A meno che tu non decida, finalmente, che per te è ora di andartene…”
L’essere fruga all’interno della sua veste bianca, cerca qualcosa, e finalmente lo tira fuori, stringendolo nel pugno e passandolo poi all’uomo in terra… Questi afferra l’oggetto e si alza in posizione seduta…
“E’ più facile di quel che sembra… Lo hai già fatto, una volta…”
“Eheheh… Credo davvero che le coincidenze e le ironie non finiranno mai… Perfino in questo, non vi è pace per me e per la mia mente… Siamo all’undicesimo anno, dunque, ora…”
“…”
“Eh già… L’ironia non ha mai fine…”
Un ultimo sguardo tra i due, mentre l’essere scompare definitivamente… Passi si sentono attorno all’uomo, finalmente qualcosa è cambiato, nelle sue giornate… Egli alza lo sguardo e, nonostante sia buio pesto, osserva…
“Ehi… Siete tutti venuti qui per me… Per accompagnarmi…?”
Le 19 essenze lo guardano nel profondo… L'uomo abbassa lo sguardo… E stringe saldamente il cucchiaino nella sua mano destra…
“Mamma… Non voglio più restare solo…”
Guarda l’orologio…
Le ventidue in punto…