Dormire, forse sognare
“In lontananza, lo spettro del ricordo di un ricordo.
Come una foglia avvizzita danza nel vento
Pare cenere quella che scende a lambire il suo volto
Anch’esso dimenticato
Anch’esso tra le ombre nel sentore del silenzio.”
Una vecchia fotografia, scattata durante una vacanza estiva. Il sorriso immobile, calcificato nella luce del sole. L’aria e la sabbia che si mescolano nel vento settembrino alla fine di una vacanza come le altre.
Ora i polmoni come alambicchi vuoti, inalano lentamente quel che resta. Il ricordo di un respiro.
La mano lascia andare piano la fotografia, ed il vento la accompagna al suolo cautamente.
Lo sbattito d’ali della creatura alata precede di pochi attimi la sirena. L’oscurità scende ad invadere i cuori, a portare il silenzio che brucia sotto la cenere.
Il respiro e’ lento, e ‘ un alchimia per colui che danza nel vento. Un essere orrido, una creatura monca e putrescente che si muove per inerzia, senza direzione, attratta solo dal calore vitale sprigionato dai corpi. Il suo lento incedere verso un luogo che esiste in un altra realtà separata per sempre dalla sua, da leggi cosmiche ed imperscrutabili, racchiusa come una gemma preziosa in una vecchia foto sgualcita.
1° giorno a Silent Hill
Corro perché devo vivere, loro sono avvelenati. Sono peccatori e si sono macchiati dei crimini più orrendi. Chiunque dimori in questo luogo e’ impuro ed ha in qualche modo voltato le spalle alla luce. L’oscurità e’ calata e già si odono le litanie e le false preghiere impregnate di sangue e di bile. Sono ancora vivo e devo trovare rifugio ma in quest’incubo c’è ancora una possibilità di salvezza?
Imbocco una via stretta appena illuminata dai raggi spezzati di un sole pallido. Si ode solo il rumore dei miei passi sull’asfalto. Il silenzio vive in ogni cosa ed ogni edificio, ogni giardino, sembrano abbandonati da tempo immemorabile.
Lo stupore prende forma nella mia mente, mi accorgo di provare uno strano inspiegabile conforto.
Questa città avvolta nella nebbia assomiglia ad una culla grigia dalla quale non si può né partire né ritornare. Ho visto diverse tipologie di esseri durante la mia permanenza. I Centurioni, coloro che pattugliano le strade deserte. Non parlano, sembrano muti e le fattezze del loro volto sono celate da stracci simili a sudari.Gli alati, creature che emettono suoni sgradevoli e stridenti. I Danzatori del vento. Monche entità, dal corpo sfigurato da un fuoco inestinguibile. Come foglie secche si lasciano trasportare da ciò che spira a Silent hill. Sono sicuro che anche loro hanno una storia da raccontare, ma non hanno più labbra irrorate dal sangue né cuori palpitanti, sono solo involucri animati da una maledizione.
Trovo una casa vuota, mi rifugio in un angolo e mi addormento.
La mia prima giornata a silent hill.
2° giorno: Chiarore
Apro gli occhi come ogni mattina.
Ho le palpebre pesanti. Il sonno e’ stato agitato, abitato da ombre e rumori insoliti.
L’assenza del profumo del caffè e’ la prima cosa che avverto. Dalla finestra chiusa i primi raggi di un sole morente fanno capolino. La finestra si affaccia su una piccola villetta con mattoni rossi che sembra disabitata da anni. Il chiarore si alza.
L’ultimo ricordo prima di giungere in questo posto. Mi concentro… e’ il titolo di un libro “ L’ange sous la neige” di Leroy, un libro usato, trovato e non cercato in un mercatino. Comincia a .pulsarmi la testa , appena qui ( indica un punto sopra il sopraciglio destro), mi succede spesso da quando sono arrivato. Ebbene se per assurdo ci fosse un nesso tra l’acquisto e la lettura di quel libro e la mia perdita di conoscenza. Un libro mediocre in fondo, incomprensibile, scritto da un non meglio precisato romanziere, saggista dell’ ottocento.
Mi ritrovo accucciato in un angolo polveroso di una casa vuota e in disfacimento. Il fornello e’ impraticabile, non ci sono vivande, il frigorifero ha la spina staccata ed e’ decisamente deserto e maleodorante.
Una pagina strappata. Ricordo di aver strappato una pagina. Ero arrabbiato…forse agitato, molto.
Ma non ho gettato il libro e neppure la pagina. Gli occhi della mente, come direbbe Wordsworth vedono un armadietto, dove frettolosamente e guardandomi attorno con fare paranoico, infilo la pagina e richiudo con un tonfo metallico , sigillando con una chiave.
Devo semplicemente tornare a casa e cercare l’armadietto,e munito della rispettiva chiave, capire.
La mano istintivamente corre alla tasca e si ritrae scossa da un brivido freddo, le dita sfiorano qualcosa di metallico. Estraggo la mano chiusa , quasi potesse sfuggirmi dalle falangi intirizzite l’oggetto .Apro lentamente la mano. Sopra la chiave , lungo il suo stelo e’ incisa una parola “ Albedo”.
E’ ora di uscire.
Ho trovato una un martello sopra il tavolino del soggiorno, l’ho impugnato e ho aperto la porta.
I miei passi hanno una eco flebile, ed il silenzio e’ così terso che sento ogni minimo scricchiolio sotto le suole delle scarpe. Non so dove andare, che direzione prendere , questo mi succede quasi sempre, forse in cuor mio avverto che non ci sono direzioni, o luoghi da raggiungere se non quelli che per predestinazione ci raggiungono essi stessi. Da piccolo facevo un gioco. Comincio a roteare su me stesso come un lanciatore olimpico, e lancio il martello, proprio quando la testa mi gira e non vedo più niente. Quella e’ la mia direzione. Leggo l’iscrizione “ Koontz street”.
Mentre cammino lungo la Koontz, osservo le case dalle finestre sbarrate, dai vetri rotti, vecchie locandine di un circo che sventolano come grotteschi baluardi. Una piccola ombra si infila in un vicoletto. C’e’ ne sono diverse così, corrono goffamente ma furtive, trascinandosi nelle membrane ectoplasmatiche che si disperdono nell’aria. Emettono degli stridii buffi ed inquietanti ma sembrano spaventati come bambini che hanno perso la Mamma. Decido di ignorarli per il momento.
Titolo: L’angelo sotto la neve” Autore F. Leroy
“Mi accingo a rivelare l’equivoco sostanziale. La vera natura delle creature eteriche denominate Angeli. Il loro fine nel divino disegno, i loro poteri e inclinazioni i loro ,( il Signore mi perdoni) vizi per eccesso di bene”
Più mi sforzo di ricordare e più mi appare irreale il libro. Le frasi sconnesse, le argomentazioni criptiche sembrano il frutto di un sogno. L’autore cita il “libro arcaico di Ermete”, tradotto da Ficino, ma poi successivamente arriva a postulare teorie deliranti che sembrano non avere nessun rapporto con i capitoli precedenti. I critici definiscono l’opera di Leroy una “ sventurata teologia” arricchita da testimonianze pseudo-archeologiche.
La donna posa il libro sulla scrivania, lo richiude dando un ultima sbirciatina all’incisione stampata
su carta di riso. Un angelo che sorride in un modo molto “terreno”, arroccato sopra ad un promontorio. La mano suggerisce al lettore il silentium alchemico. “ dove sei finito?, dove diavolo sei finito…” Si passa una mano tra i capelli e si guarda distrattamente in giro in cerca di una traccia, ma la stanza non parla , e’ vuota e silenziosa. Esce.
Melanie, si chiama così. Qualcuno si chiama in quel modo, una persona che lui conosce benissimo e che e’ in qualche modo coinvolta con la vicenda del libro. Deve essere stato qualcosa di molto traumatico ad indurre l’amnesia. E qualsiasi cosa fosse e’ avvenuta dopo l’acquisto del libro e dopo averne insulsamente strappato una sola pagina, poi accuratamente messa al sicuro( da chi?) dentro ad un armadietto.
Il suono sordo di una sirena interrompe ogni possibile elucubrazione. Assiste ad un nuovo fenomeno. Ogni cosa inizia a marcire. L’intonaco degli edifici si mesce come il sangue ancora umido di una ferita. Il buio traspira e cola . gli alberi avvizziscono e rendono le foglie lievi ad un suolo di pozze nere. All’altezza del cuore avverto un formicolio che scende fino all’addome. Dove prima vi erano le interiora, ora un inaspettato organo metafisico,secerne il suo tributo di luce nera.
Un nuovo richiamo della sirena riveste dell’ultima ombra silent Hill. “E’ molto buio qui” controlla il respiro,non farti prendere dal panico. “ e’ molto buio Melanie…” L’oscurità lo avvolge come una seconda pelle. Il cuore accellera il battito. Le labbra si fanno asciutte. Le orbite si muovono in una danza sfrenata in cerca di luce. E’ forse la prima o la seconda volta dall’età di nove anni che chiede… “per favore”.
3° giorno: Other world
Come un piccolo insetto, esco dal rifugio d’ombra nel quale ho pernottato. La paura e’ svanita, si e’ dissolta con grazia e leggerezza. So per certo che sentirò ancora la sirena, ed allora il mio cuore batterà come un tamburo per le vie di Silent Hill. Ma per ora sono salvo. Mi guardo attorno e vedo una strada bianca, e case mute. Un viale dei ricordi che mi induce a cercare ancora. Lentamente, passo dopo passo affiorano altri stralci del “ libro”.
“Nei pressi di un ex giacimento minerario dell’America del nord, precedentemente occupato dagli indiani Havasupay, ho rinvenuto un fossile di creatura angelica, conservatasi nei secoli inun agglomerato di ghiaccio”. Secondo gli studi effettuati da me medesimo e corroborati dal mio esimio collega Von Ruck e le sue tesi, il fenomeno della distorsione della struttura spazio-temporale. Questi cosiddetti “ cunicoli di tarlo” possono originarsi a causa di “interferenze alpha” su una stella di grande massa”. La concausa viene attribuita da Leroy alla discesa accidentale di un Angelo.
Questo fenomeno potrebbe( azzarda l’autore in un ultimo sprazzo di razionalità) aprire dei varchi su altri mondi.
Se i miei ricordi sono veri, se ciò che dice questo libro e’ reale, ora comprendo la mia situazione.
Ma chi o cosa ha richiamato un Angelo dalle alte sfere?
Mi duole la testa, afferro il capo con le mani e stringo. Una piccola ombra mi sfiora squittendo, per poi svanire in un altro vicoletto. Sembra di sentire il suono lontano di una campanella, e dei risolini innocenti, fanciulleschi. Sensazione di cortili vuoti, di aule disadorne, di corridoi infiniti dove si agitano ancora i venti malevoli di rimproveri e singhiozzi.
Stringo forte il martello e mi incammino verso la scuola elementare di Midwich. Sono certo che il libro mi guiderà verso un ferruginoso armadietto, abbandonato in qualche luogo recondito.
Altrove:
Il volto oscilla. Non ha bocca, sorridepiange. Il suo verbo e’ antico e attende pazientemente.
Gli occhi, molteplici fessure di luce. L”anatomia del suo corpo in continua mutazione, sorge e si distrugge come le rovine di Babilonia. Raffinato di un eleganza di squame e vesti purpuree. Attende pazientemente da tempo immemorabile. Impaziente per definizione.
La chiave e’ la pagina strappata. Silent Hill sembra essere vasta. Dovrei trovare una mappa per orientarmi. Sono uno straniero qui. Uno straniero con un martello ed una chiave.
Penso con ironia (quella poca che mi e’ rimasta) che ho tutto il tempo che voglio.
In lontananza una sirena comincia a suonare.
L’oscurita scende.
“Quando gli angeli furono al suo cospetto,uno di essi ebbe timore
Il cielo allora si oscuro’ e cadde una pioggia simile a grandine
Le intemperie rovinarono le messi di coloro che dimoravano di sotto.
Ed Egli ebbe pietà della sua creatura e fece in modo che Taphiel non subisse pena e non sentisse colpa per i danni causati ai mortali.
Diede ordine ai Seraphim di prendersi cura di lui
Ma Taphiel pativa dolore e vergogna, ed i suoi lamenti erano così laceranti che i Seraphim dovettero cingergli le labbra e la lingua endendolo muto.
Egli divenne silenzioso ed il cielo si oscuro’ nuovamente.
Questa volta le intemperie furono più feroci.”
Libro apocrifo di Vivianna, traduzione di Frederic Leroy
Melanie era una donna sui trent’anni, capelli castani raccolti in uno chignon che torturava con puntualità svizzera. La professione di insegnante le stava stretta e con il tempo la noia aveva sterilizzato anche gli ultimi bagliori d’entusiasmo.
Stava sfogliando con un certo sconcerto le pagine ingiallite di un libro. Non sapeva che Neil.comprasse quella roba. Alambicchi, e simboli indecifrabili scorrevano smaglianti sotto o suoi occhi grigioverdi. Incisioni che raffiguravano esseri capovolti cinti alle caviglie da rami spinosi e funi che si perdevano nel firmamento.Rose dai colori impalpabili nei cui petali come sentieri si aggiravano viandanti diretti ad un graal. Un senso di vertigine la colse, doveva essere la pressione bassa. Si sfiorò i capelli con fare nervoso e richiuse il tomo dal quale in uno sbuffo di polvere ne uscì un sentore dolciastro. Una fragranza di…ruggine e violetta.
Altrove: 4° giorno a Silent Hill
Era strano. Nonostante la temperatura fosse bassa, e lo testimoniavano gli edifici abbandonati, ricorperti da una sottile patina di ghiaccio. Non aveva freddo. Le sue mani erano appena tiepide, ed il respiro non materializzava nell’aria le consuete nuvolette. Il silenzio ribolliva ovunque.
Cominciava ad avvertire un angoscia spinosa che ne intrappolava le sensazioni in luoghi della sua mente che non aveva mai visitato.
Una” piccola ombra”gli sfrecciò davanti con la goffaggine di un cucciolo di pinguino.
Si infilò come d’abitudine in un vicolo cieco, destinato alla raccolta dell’immondizia.
In genere dopo pochi attimi, sparivano, come se si sciogliessero.
Aveva reperito una torcia in un negozio di ferramenta. Era verde petrolio e produceva una luce flebile ed ambrata, ma in quel posto era più che sufficiente. La accese e stringendo con poca convinzione il martello si inoltrò nel vicolo.
In un angolo, girato di spalle, la piccola ombra piangeva sommessamente nei suoni di un carillon scordato. Fù colto da un moto di pietà che lo fece arrossire ed in quel momento( ma solo in quell’unica occasione) fù rassicurato dall’essere solo.
L’essere era tra un bidone della spazzatura stracolmo e marciscente e degli attrezzi abbandonati da giardino, un muro di mattoni rossi a fargli da sfondo.
Si avvicinò lentamente, abbassando la torcia per non allarmarlo,e quando fù a pochi centimetri dalla testa sproporzionata si accorse che era semitrasparente. Egli si voltò squittendo per fissarlo con le sue orbite vuote e lattiginose, profonde, ricolme del dolore delle cose.
Tese la mano per sfiorarlo e quando nella voragine del suo sguardo percepì qualcosa di solo lontanamente umano, la curiosità ebbe la meglio sulla paura.
Lo toccò e dal volto si dipanarono una serie di cerchi concentrici. Era in parte liquido ma nelle sue dita non rimase traccia di umidità.
La poca luce della torcia crebbe d’intensità, accompagnata da un ronzio persistente. Neil fu avvolto da brendelli di luce che lo avvinghiarono e si srotolarono con violenza.
Poi tutto divenne bianco.
Si risvegliò in un corridoio buio. L’oscurità ne impediva il calcolo della sua lunghezza. Alle pareti locandine insensate,appesantite dalla muffa pubblicizzavano bibite con nomi e slogan mai sentiti. Quando gli occhi si abituarono alla penombra mise a fuoco alcuni dettagli. Una lavagna accatastata sopra una pila di vecchi banchi di legno di noce. Un mobiletto in metallo che strabordava di fogli anneriti da anni di polvere. Ci vollero pochi attimi per comprendere che si trovava nella scuola elementare di Midwich e l’essere gli stava raccontando la sua storia.
La porta era una porta qualunque, il legno era sbiadito e le ragnatele disegnavano fregi barocchi sulla sua superficie. La maniglia in ottone era tiepida al tatto come se qualcuno avesse tergiversato prima di entrare.Si fece coraggio ed aprì l’uscio. La vista si dovette riabituare alla semioscurità ed alla luce cremisi chesi diffondeva da una lampada posta nell’angolo della stanza, accanto alla libreria ricolma di tomi polverosi. Nel raggio d’azione della lampada una scena si stava svolgendo. Era la prima stanza che visitava.
Un bimbo era accucciato per terra, le braccia intrecciate la testa reclinata. Piangeva.
Dietro alla piccola figura,un'altra più grande troneggiava. Il viso della donna era trasfigurato. Gli occhi rivolti in alto come ad osservare rapita un avvenimento drammatico che si stava svolgendo sopra la sua testa. Accanto alla donna, un'altra entità sembrava spronarla a qualche atto insano, sussurrandole parole all’orecchio. L’essere apparentemente femminile aveva un solo occhio fossilizzato in una perenne espressione di dolore. Sembrava tirato dolorosamente verso l’alto da un gancio invisibile. ….. si rese conto che il bimbo percepiva una sola persona nella stanza. Poiché un simile orrore lo avrebbe terrorizzato. Colei che Adam vedeva tra le lacrime era sua Madre.
Un vento impetuoso lo sospinse verso l’ingresso. La porta si riaprì, e venne scaraventato fuori nel corridoio. Infine la porta si richiuse lentamente con malizia, lasciandolo al contatto del suolo umido.
Neil si rialzò di scatto e raccolse il martello che scioccamente aveva appoggiato per terra prima di entrare. Lo impugnò tenendolo dinnanzi a sé e si inoltrò nel corridoio. Passarono diversi minuti prima di incontrare un'altra porta. La seconda porta si aprì da sola invitandolo ad entrare. Fù accolto da una luce intensa che si riassorbì subito con un rumore di risucchio, lasciandolo al centro della piccola stanza della quale non si intuivano i confini. Sentì la prima nerbata sulla schiena pochi istanti dopo il suo sorriso nel vedere sopra un comodino, la foto del piccolo Adam. Sperimentò la cecità per un tempo indefinito interrotta solo dalla sua caduta. Riaprì gli occhi come un naufrago in apnea e vide ciò che non avrebbe mai dimenticato.
Una assurda imbracatura sorreggeva il corpo esanime del bambino. Sotto ,una tinozza, supurava i vapori di sostanze nauseabonde. L’entità che Neil aveva scorto nella stanza precedente, ora dirigeva con fare professionale ed animoso la madre che eseguiva come una scolara disciplinata le sue istruzioni. Il sorriso ebete della donna lo spaventò ancor più della mostruosità che la plagiava.
Lanciai istintivamente il martello in un moto di rabbia . Quando l’oggetto contundente fù a pochi centimetri dal mostro, la luce crebbe d’intensità e fui nuovamente sospinto
Dalla corrente di un fiume inpampabile all’esterno nel nudo corridoio delle ombre.
“Neil”. Si voltò strabuzzando gli occhi. “Neil” ripeté la voce. “ E’ finita Neil, puoi andare…Lui ti aspetta”.
Davanti agli occhi di Melanie scorrevano le immagini della sezione “ 600 Italiano”.
Su internet aveva trovato un sito con le migliori esposizioni on-line di opere pittoriche dal Rinascimento al 600. Una sintesi dei musei internazionali.
L’arte sacra raffigurava martiri trafitti da lance e frecce sul cui volto inaspettatamente affioravano espressioni estatiche. Storse le labbra perplessa. I martiri erano ritratti salvo eccezioni, circondati da Angeli. Una tela in particolare attirò il suo sguardo.
L’opera rappresentava un santo illuminato da una luce diafana, circondato da diversi angeli sorridenti. Le sembrò una nota stonata. Non riusciva a capire interrogando la tela, il significato di quei sorrisi quasi beffardi che sembravano irridere la povera vittima. Sotto la didascalia riportava “ opera di Anonimo Italiano detto il fiorentino, il nettare degli angeli” il critico segnalava l’apparente contraddizione espressiva delle figure angeliche, in realtà l’artista voleva rappresentare il distacco mistico e la consapevolezza di tali creature divine così aliene al mondo carnale, da ritenere cosa superflua ed illusoria il danno subito dall’umile santo. Sembravano davvero api richiamate dal miele. Era una considerazione inquietante e sacrilega che la fece rabbrividire.
Altrove:
Neil era fuori, sui gradini della scuola elementaredi Midwich, si riassettò la giacca e si guardò distrattamente attorno. Si era lasciato il corridoio alle spalle e salita una rampa di scale aveva trovato subito l’uscita.
Le poche parole di Adam lo aveano rassicurato donandogli un ultimo sprazzo di umanità in quella landa desolata. Sentì un calore pungente salirgli lungo la coscia, si tastò la tasca . Era la chiave. La estraette cautamente. Scottava. Sembrava più vecchia come se il tempo fosse accelerato in avanti. Arruginita e calda come se fosse stata nella fiamma viva fino a pochi istanti prima. Lesse l’incisione sullo stelo. Riportava una scritta “ rubedo”.
Chi era questo Lui ,citato da Adam?
Prese il martello con le due mani roteò su sé stesso, e quando non riuscì più a distinguere nulla, lo scagliò con tutta la sua forza residua. Il pesante oggetto tracciò una parabola nell’aria prima di rovinare a terra con il suo considerevole peso. La direzione era segnata. Il destino di Neil stava per compiersi.
“Lo stiamo tenendo sedato con dosi elevate di White Claudia . Buona parte del mio lavoro e’ frutto dell’uso di sostanze oppiacee, utilizzate all’occorrenza per annichilire la volontà e permettere alle “grandi forze di manifestarsi” nel mio simulacro materiale. Ma questa nuova sostanza usata dagli sciamani Havasupay per i loro riti e’ davvero miracolosa. Il mio collaboratore dottor Kaupfmann e’ riuscito a procurarsela addentrandosi in territori ostili. L’essere può quindi dormire di un sonno pesante e senza sogni, dopo la mia somministrazione giornaliera e può permetterci di studiarlo.
Lo abbiamo trovato nella ex zona mineraria di carbone…” .
Neil scrollò la testa. Un altro ricordo del libro era sorto dal nero pozzo della sua coscienza.
5° giorno a Silent Hill
“Individuammo il cunicolo di tarlo nei pressi del lago Toluca. Kaupfmann fù il primo ad entrarvi, era febbricitante dall’eccitazione. Io lo seguii dando l’ultimo addio al mondo della luce.
La creatura fù trascinata all’interno sigillata in una cassa rinforzata di notevoli proporzioni, trainata da due cavalli che presero fuoco sulla soglia della nuova dimensione. Silent Hill allora era giovane, gli incubi erano così evanescenti…
Le creature che la popolavano inferiori di numero. In seguito il grande sonno di Alessa ne ha prodotte altre e di specie diverse. L’incubo si e’ infittito.
Giungemmo in una grande residenza che in seguito divenne un Hotel. Ma quando la occupammo noi era un palazzo sede della famiglia Orson proprietaria della miniera di carbone da poco emigrata in una località vicina più salubre vista la malattia che aveva colpito alcuni componenti della famiglia.
la battezzammo la “ Dimora Filosofale”.
Le acque placide del Toluca lake si stendono dinnanzi a me, appena mosse da una leggiera brezza invernale.
L’odore mi inebria, il profumo di antico ed il guizzare dei pesci argentei che affiorano dalla superficie grigioazzurra formano un arazzo di rara bellezza.
In alto su un piccolo promontorio la vedo. La dimora.
Quando apro l’enorme portale vengo dapprima investito da una nuova oscurità. Dei mormorii si levano ovunque per effetto di una eco prodotta dalla inusitata architettura del luogo. Le pareti sono di nuda roccia, la stanza e’ illuminata dalla luce primitiva delle torce. Intravvedo due uomini che corrono trafelati impugnando provette ed alambicchi fumiganti. Sono in preda ad un misto di eccitazione e paura. “ Frederic!,
presto…e’ l’ora” dice quello più basso all’altro rimasto nell’ombra. L’uomo munito di taccuino esce dalla nicchia adibita a studio, urtando uno dei fornelli che bruciano strane essenze colorate. “ dottore non si allarmi , abbamo atteso questo momento da tempo, non si faccia sopraffare dal panico”.
Passano alcuni minuti prima di veder riapparire le due figure.
“ Il contatto con la nostra atmosfera a causato delle mutazioni nel soggetto, come dicevo nei miei appunti, alcuni di essi cadendo, rivelano caratteristiche anomale rispetto all’iconografia tradizionale. Si possono notare alcuni tratti ambivalenti. Ad esempio l’epidermide squamosa frutto della inevitabile decadenza del soggetto…” C’era un terzo uomo nella stanza. Gli stavano coprendo il capo con un telo di raso bianco. Doveva esere un individuo di notevoli proporzioni ed era incatenato per i polsi, le braccia e la testa ad una seduta in piombo e pelle. Il taccuino che teneva in mano l’uomo definito il dottore iniziò a bruciare per combustione spontanea. Dovette lasciarlo cadere al suolo carbonizzato per non scottarsi.
“ somministragli un'altra dose, non deve svegliarsi!”
“ Kaupfmann, sbrigati, dietro alla mia scrivania…”
Le torce sembravano sul punto di spegnersi,quando si udii il barrito.
Sembrava il barrito di un elefante. Un grido lacerante, e grottesco proveniva dall’essere incappucciato.
Mi avvicinai nascondendomi dietro ad una colonna e finalmente vidi l’armadietto.
Non so per quale magnetismo intuii in un istante che era quella la sede della mia chiave. Il gesto finale chemi avrebbe rivelato il mio destino ed il mio passato.
Il velo di raso bianco cadde al suolo, sostando un po’ nell’aria, resa densa dalle sostanze aeree ,come una foglia autunnale.
“ accidenti!” esclamò Kaupfmann prima di piombare a terra in ginocchio.
Il volto dell’uomo era avvolto da una luce intensa che pian piano andava affievolendosi mostrando le sue fattezze. Kaupfmann iniziò a biascicare qualcosa.
Sembrava stesse pregando. “ Frederic non ci riesco”.
Mentre mi avvio verso la meta, alcune parole, frammenti di discorso mi raggiungono.
“ Non si chiama Angelo…e’ un Arconte”
Le immagini dei due uomini come assorbiti in un perenne stato febbrile, si ripetono senza soluzione. Si ripresentano nella stessa modalità. E’ un incubo incastonato nel tempo.
“ sta cambiando anche noi…”
Vidi il volto solo per un istante, eratutto ciò che di orribile e meraviglioso risiede in natura. Si aprirono miriadi di occhi a ricambiare il mio sguardo impaurito, più occhi di quanti la superficie di quel viso potesse mai contenere. La luce che emanavano era intensa e radiosa. Una luce in cui vidi riflesse le mie più vivide primavere infantili.
Ma ciò che vi era di orribile era la consapevolezza, la comprensione che non le avrei più ritrovate…a parte Melanie.
L’essere sorideva compiaciuto nella visione totale di Dio e contemporaneamente ne piangeva la lontananza. L’effetto finale era quello di una stonatura che avrebbe fatto perdere la ragione anche all’uomo più avveduto. Sia Il Dottor Kaupfmann che l’esimio studioso europeo Fredric Leroy erano stati esposti per un tempo prolungato alla “ presenza” dell’Angelo-Arconte e ne erano permeati quasi facessero parte di una sinistra trinità.
La chiave era nelle mie mani e l’armadietto dei farmaci a pochi centimetri. La mia vita era quantificabile in quella minima distanza. Infilai la chiave nella toppa, ed attesi.
Altrove:
Melanie introdusse la chiave nella toppa dell’armadietto dei medicinali. Era la sua!.
Si aprì lo sportello cigolante. Una zaffata di odore di farmaci scaduti la nauseò per un istante. Il foglio bianco luccicava nell’ombra, una pagina strappata. Avvicinò la mano per afferrarlo. Doveva essere quello il sigillo che custodiva il senso dela scomparsa di Neil. Neil che in questo stesso momento guardava con meraviglia l’altra metà del foglio. Una pagina monca apparve ai sensi di entrambi. Terminava incompiuta sfumando nell’ invisbile. Melanie si scompigliò i capelli con fare nervoso. Si rovesciò le pillole nel palmo della mano. Era stato doloroso… Ma lo aveva fatto lo stesso…
Quando aveva visto Neil di spalle, così assorto, così dimentico di lei. Il martello con il quale lavorava le sue cornici... era invitante.
Il ricordo si era levato dal silenzio come un colpo di frusta ben inferto. Chi dei due era veramente morto quella sera.
Ed il ricordo la prese e la portò con sé in lande inesorabili, dove non esiste perdono.
In quella terra di nessuno dove dimora il nulla dalle mille sembianze.
Neil ritirò la mano come se si fosse scottato. La pagina sostò ancora per un po’ prima di svanire e di lasciarlo con i suoi interrogativi.
Silent hill era tutto ciò che gli era rimasto.
Il suo silenzio e la sua nebbia.
Melanie fissava con insistenza il cassetto della cucina. Era assorta, come una vestale nel tempio, nell’attesa del sacrificio.
Aprì il cassetto dove sapeva esserci un paio di forbici.
“Una seconda possibilità, ti chiedo solo una seconda possibilità...”
Sono in queste strade deserte. Solo con i miei incubi ed i miei sogni incompiuti.
Ho visto più di ciò che un cuore umano potrebbe sopportare.
Un Angelo-Arconte richiamato dalla sofferenza di una intera comunità, attratto dalle calde lacrime di una bambina bruciata in un rogo inevitabile, causato dal peccato di una setta di millantatori folli. Sono qui per uno scopo, testimone delle efferatezze compiute in questa città. Voce delle sue vittime dimenticate.
In lontananza un suono spezza questo silenzio insondabile.
Il rumore di passi sull’asfalto
Ne riconosco il ritmo
E’ familiare.
E’ Melanie...
“Morire , dormire forse sognare. Ecco il difficile.
Perché quali sogni potranno visitarci in quel sonno di morte quando saremo usciti dalla stretta di questa vita piena degli affanni mortali...”
Amleto. W .Shakespeare
Fine