23 aprile 1987
Posso solo osservarli.
Posso guardarli mentre si muovono, mentre corrono o camminano baciati da questo sole, accarezzati da questo vento, sulla riva di questo lago così pacifico e silenzioso.
Li guardo e mi sento lontana, così lontana, mi sento ignorata da quel sole e da quel vento, so di non appartenere al loro stesso mondo, di non poter far parte della loro stessa realtà.
E' probabile, come si dice in questi casi, che loro non si rendano nemmeno conto della fortuna che hanno, a poter condurre una vita normale; a potersi sentire abbracciati dal vento e riscaldati dal sole, a poter correre e camminare e parlare del più e del meno, è probabile che diano tutte queste esperienze per scontate e che non immaginino neanche che per qualcuno poter provare le stesse sensazioni risulti impossibile.
Non mi sono mai sentita parte di un gruppo, i miei coetanei mi sono estranei, non riesco, non posso, non mi è proprio possibile, unirmi a loro... provare ciò che provano loro, e crescere come stanno crescendo loro. E così mi limito a osservarli. Con quale scopo, con quale sentimento? Provo invidia, odio? No, semplicemente mi sento distante. Mi sento distante mentre li guardo, mentre li ascolto, mentre parlo con loro, mentre li vedo muoversi, mentre i loro occhi incrociano i miei......non potrebbe essere altrimenti.
Io non sono come loro, nonostante le apparenze. Sono cresciuta troppo in fretta, sono stata costretta a diventare adulta, a perdere la fiducia prima ancora di capire cosa fosse, a perdere la speranza prima ancora che me ne spiegassero l'utilità... Mi sono sentita strappare di dosso la vita mentre la vita cercava di prendere forma attorno e dentro me.
Subisco violenze sessuali da parte di mio padre da quando avevo otto anni, e questa è la prima volta che ne parlo con qualcuno.
24 aprile 1987
Oggi non sono uscita, e non ho avuto nessuno da osservare, così posso descrivere la mia situazione da dentro queste mura, queste mie nemiche mura, queste mie mura nemiche che sempre mi sono così avverse, pareti di una prigione di silenzi e grida e grida e silenzi.
Mio padre mi ha sempre voluto bene, e sempre me ne vorrà. Da bambina mi leggeva spesso delle fiabe, fiabe di principesse salvate dai propri principi azzurri, storie che finivano sempre bene, e ti mettevano di buon umore, perchè tutto spariva dopo un po', e le cose si sistemavano. Ma qui nulla sparisce e tutto ha conseguenze, tutto rimane, dentro, sempre più giù.
La prima volta che mi toccò ero in questa stessa stanza, tra queste stesse pareti, che da quel giorno non riesco più a guardare; le pareti, diario, le pareti... erano l'unica cosa che vedevo mentre mio padre si lasciava cadere su di me, attraversandomi con le sue mani, quasi soffocandomi col suo peso, senza accorgersene... ma è bizzarro, perchè non ricordo tanto il tatto delle sue mani, quanto l'odore acre del suo profumo e l'aspetto opprimente di queste pareti.
Mentre ero lì, distesa, immobilizzata, mentre la curiosità si trasformava in panico e i sorrisi in grida, io vedevo solo queste pareti. Volevo vedere cieli azzurri e nuvole, e cavalli bianchi e principi e prati, e strade, e scivoli e stelle e mia madre.
Ma vedevo solo pareti. Queste pareti, queste fredde, gelide pareti, che non provavano nulla, ma si limitavano a guardare, senza giudicare e senza agire, si limitavano a coprire tutto il mio orizzonte visivo.
Le volte successive provai a chiudere gli occhi, ma le cose non migliorarono.
Vedevo sempre le stesse pareti con la stessa porta bianca, che mi separava dal resto del mondo, da quella precisa parte di mondo in cui sarei voluta essere in quei momenti.
Mio padre mi ha sempre voluto bene, e sempre me ne vorrà. Passavano i mesi, gli anni, e lui comprava i miei silenzi con dei regali, che io, incosciente, accettavo. Annuivo. Non capivo. Ma lui diceva di volermi bene, e che sempre me ne avrebbe voluto.
Ma non si resta bambine per sempre, diario, non si resta incoscienti per sempre; e allora i regali vennero presto sostituiti dalle violenze fisiche, minacce, schiaffi, pugni, sul corpo, dove nessuno vede. E allora è iniziato a venirmi il dubbio che mio padre non mi volesse così bene.
25 aprile 1987
Ne parlai con mia madre un giorno. Mostrandole un livido su una costola, le dissi <<questo me lo ha fatto papà>>. Mia madre mi ha sempre amata, ed io sono da sempre molto legata a lei, è per questo motivo che allora mi si inumidirono gli occhi quando lei non capì; pensavo che fosse solo una questione di coraggio, di trovare il coraggio di ammettere a me stessa cosa stesse succedendo, di trovare il coraggio di parlarne con qualcuno... Ma mia madre, quel giorno, ignor� la mia richiesta d'aiuto, il mio soffocato grido d'aiuto che le sussurrava semplicemente <<questo me lo ha fatto papà>>.
Ricordo perfettamente che reagii tornando in camera mia e mettendomi a piangere, come non avevo mai pianto prima, nemmeno da bambina; piansi a lungo, prima senza emettere suono, poi singhiozzando, piansi sola, sdraiata supina su questo letto, fino a farmi mancare il respiro; quando le lacrime finirono, quando la vista si disannebbiò e riuscii di nuovo a vedere, vidi queste stesse pareti. Attorno a me, c'era solo silenzio.
26 aprile 1987
Le volte successive che provai a parlarne con mia madre, lei non fece altro che ripetermi che mio padre mi voleva bene, e che se mi lasciava quei segni era sicuramente perchè me lo ero meritato in qualche modo. E' da quel periodo, esattamente da quel periodo, che so di essere perfettamente sola.
30 aprile 1987
Mio fratello sta iniziando a comportarsi in modo strano; è grande abbastanza ormai per capire, tuttavia non siamo mai stati molto legati, quindi con lui non ne parlerei mai. Forse sono io, sto diventando paranoica... Ma i suoi sguardi... Mi sembra sempre più spesso che celino un sorriso morboso. Forse ci vedo riflesso quello di papà, forse è semplicemente questo.
8 maggio 1987
Non era semplicemente quello.
Mio fratello mi ha toccata, oggi.
Ero incredula, allibita, basita dal modo in cui senza rispetto, senza amore, senza comprensione ha allungato la sua mano sul mio seno... <<so cosa ti fa papà>>.
Immobile, l'ho lasciato fare; non provando alcuna forma di rispetto per me stessa, mi sono limitata a restare a bocca aperta mentre questo ragazzino, più piccolo di me, forse appena in grado di distinguere i due sessi, si comportava esattamente come suo padre; non era nei gesti, non era nella violenza, no, era nello sguardo che potevo perfettamente distinguere la loro equivalenza.
21 maggio 1987
Non ci sono più stati episodi spiacevoli con mio fratello, e anche se non ne ho parlato con nessuno (con chi?) so che non potrò mai perdonarlo, mai più guardarlo con gli stessi occhi.
Oggi è una giornata di sole, e sono uscita; gli uomini, qui fuori, sono tutti come mio padre? Se le persone che ti conoscono, che ti vogliono bene, sono in grado di farti soffrire così profondamente... come dovrei relazionarmi con gli estranei, cosa dovrei pensare di loro? Potranno mai amarmi? Esisterà da qualche parte, come nelle fiabe, un principe azzurro in grado di salvarmi, prendersi cura di me, guarire tutto il mio dolore?
Le altre ragazze vestono in modo molto attraente; poco è lo spazio che lasciano all'immaginazione. Questo mi fa capire che non hanno lividi da nascondere, diario, di nessun tipo; nessuno le ha mai ferite, non temono gli estranei, non temono gli uomini, non temono i loro familiari. Anzi, seducono volontariamente gli uomini... Non vivono col terrore che qualcuno ti possa trovare attraente, che qualcuno possa volerti toccare e soffocare e stuprare e seviziare.
Cos'ho io in comune con loro? Io che mi devo mettere una felpa anche alle tre del pomeriggio di un giorno soleggiato, perchè le mie braccia portano i segni dei graffi di mio padre. Io che quando tornerò a casa stasera, quando mi chiuderò tra le quattro mura della mia stanza, non potrò che rimanere in ansia al pensiero che mio padre faccia irruzione dentro la mia intimità. Io che quando mi lavo non sento lo sporco andare via, io che quando mi profumo non sento gli odori andare via, io che quando parlo con mia madre non vedo le preoccupazioni andare via, io che quando apro gli occhi al mattino non vedo gli incubi andare via, io che quando chiudo gli occhi la sera non vedo la realtà andare via.
Non ho niente, assolutamente niente, in comune con loro. Posso soltanto osservarle.
2 gennaio 1990
Le stanze d'albergo hanno un odore strano.
Hanno l'odore di tutte le persone e di tutte le vite che le hanno attraversate, di tutti i segreti che hanno celato, di tutte le parole che hanno ascoltato. Sono di tutti e di nessuno, temporanee concubine di chiunque abbia i soldi per pagarle, e come le concubine hanno un odore inconfondibile, che non può essere cancellato, pulito o coperto.
Dietro queste bianche lenzuola, dentro queste pallide pareti, sopra questa patina opaca che ricopre i vetri, io posso sentire questo odore, diario. Posso sentirlo perchè ha qualcosa in comune con il mio, perchè questa stanza d'albergo ha qualcosa in comune con me. Non è colpevole, ma vittima, passiva, di tutte le persone che l'hanno affittata; non ha scelto se testimoniare amore o violenza, non ha potuto rifiutare nè l'uno nè l'altra, ha solo potuto restare in silenzio, immobile, senz'anima, mentre tutte quelle esperienze la colpivano in pieno.
Ho ripreso in mano questi fogli solo oggi, dopo tanto tempo, per scrivere queste poche righe; li ho sempre tenuti con me, sapendo che prima o poi avrei voluto aggiungere qualcosa alle mie memorie. Li ho ripresi in mano proprio oggi, in questa vuota e silente stanza d'hotel, la stanza 312 che si affaccia sul lago, offrendo una vista paradisiaca, l'ho fatto perch� mentre mio padre mi ha presa, questo pomeriggio presto, non vedevo le pareti come nemiche, ma come immobili alleate. Ho sentito, per la prima volta, qualcuno, qualcosa, offrirmi una spalla su cui piangere, ho sentito di essere compresa, proprio nell'atto di più estrema violenza che una donna può subire io mi sono sentita meno sola, perchè sapevo che questa stanza era come me.
3 gennaio 1990
O forse sto semplicemente impazzendo, pian piano.
In questi anni le violenze sono continuate, con una certa regolarità. Due, tre volte al mese, a volte di più; mi sono chiusa in me stessa, ho rifiutato la mia femminilità, forse addirittura la mia dignità in quanto essere umano. Niente ha mai avuto davvero importanza per me, succede questo forse quando "gli anni più belli" ti vengono portati via? Quando non puoi fare altro che sentirti sola, incompresa, abbandonata, colpita?
I ricordi di quand'ero bambina a volte riaffiorano, ma a fatica ricordo cosa si provi ad essere spensierati e a guardare avanti non dico con ottimismo, ma almeno con curiosità.
Piuttosto, ho lentamente spostato le mie attenzioni su mio padre. Chiedendomi come potrebbe cambiare la mia vita se lui sparisse, d'improvviso... Riavrei davvero indietro qualcosa? Potrei davvero costruire qualcosa, per il mio futuro?
Una famiglia felice, sorrisi, rispetto e un lieto fine?
No, tutto ciò che desidero non è questo. Tutto ciò che desidero è che tutto quanto sparisca, scompaia assieme a me, si annulli. A iniziare da mio padre, da questa città, da questo albergo... Può forse Dio ascoltarmi e bruciare tutto quanto?
27 aprile 1990
Di nuovo tra queste quattro mura, nella mia piccola stanza.
Ma oggi è un grande giorno.
Ho preso una decisione. Per una volta, mi sento costruttiva... Forse sono esasperata, esasperata dal non riuscire a sorridere, dal sentirmi costretta a tacere, a chiedere scusa, a concedermi, a subire.
Non osservo neanche più "gli altri". Non mi posso più sorprendere di sentirmi distante da loro, da quelle vite che non ho mai neanche sfiorato; mi sono da tempo abituata all'idea che a me un'esistenza simile non è stata concessa, per qualche motivo. Mi è stata invece imposta un'adolescenza grigia, nebbiosa, fredda, come in una di quelle giornate invernali in cui non riesci a scrollarti di dosso i brividi; e guardi fuori, attraverso dei vetri gelidi, un universo che non si muove. Tutto ciò che si muove è oltre la foschia, ma c'è questo preciso perimetro che separa te da tutto il resto, isolandoti da ogni sorta di comprensione e amore,
lasciandoti lontana, semplicemente lontana...
Per quanto tempo puù durare, un sentimento simile?
Quanto tempo, quanti anni devono passare prima che muti forma, in qualche modo?
Nel mio caso, credo sia passato sin troppo tempo. Ma oggi è un grande giorno. Ho preso questa decisione, oggi. Farò cambiare le cose, le farò cambiare nel sangue, succederà prima o poi; non provo più neanche il più piccolo, impercettibile sentimento d'amore per mio padre, neanche nel più nascosto, irrecuperabile piccolo angolo del mio animo dannato. Desidero solo che scompaia, ma non deve succedere per mano di qualcun altro, no, devo essere io; deve essere la mia catarsi, il mio modo di purificare il mondo e di purificare me
stessa, la mia vita, il mio passato.
29 aprile 1990
Sarà davvero la cosa giusta da fare? Ma poi, cosa vuol dire "giusta"?
25 maggio 1990
Il mio desiderio di annullarmi si fa sempre più forte, ma non posso dargli ascolto, non voglio. Parlo sempre di meno, mangio sempre di meno, esco sempre di meno. Tutto ciò a cui riesco a pensare è un'immagine di mia madre che risale a quando ero molto piccola. E' l'unica immagine di amore che mi rimane, l'unica piccola scintilla che mi tiene separata dalla follia; quanto bene le volevo, a quei tempi? Come vorrei che le cose non fossero mai cambiate...
...e come odio, in fondo al cuore, il fatto che lo siano. Che siano cambiate per me, mentre per migliaia di altre ragazze come me... no. Loro hanno continuato ad avere famiglie felici, non hanno dovuto vedere il loro piccolo e infantile mondo di cartapesta crollare in pezzi a soli otto anni, quando una delle persone a cui volevi più bene al mondo ti ha cambiato la vita distruggendo lentamente e consapevolmente tutto ciò che di umano c'era in te.
Perchè provo questi sentimenti, perchè mi sento così confusa?
Forse stavo meglio quando ero del tutto passiva. Non mi piace questo cambiamento, non mi piace provare odio, rabbia, invidia...
15 agosto 1990
Le cose peggiorano. Lentamente, non riesco più a piangere; mi sento come se ogni livido dentro di me iniziasse a bruciare di luce propria, a bramare vendetta, pulizia, purificazione. Devo ancora decidere come e quando, ma ucciderò mio padre. E mio fratello. Mi è tornato in mente il suo sguardo, oggi, lo sguardo che aveva quel giorno di tre anni fa... Sono davvero disposta ad assumermi la responsabilità che quegli stessi occhi guardino sua figlia, un giorno?
30 agosto 1990
Oggi sono triste, più del solito; con questo sole, non ho potuto fare a meno di pensare a qualche anno fa, quando mi sorprendevo di quanto non riuscissi a correre e sorridere nemmeno nelle belle giornate, quando iniziavo a sentirmi diversa e distante da tutti quanti. Quando forse nutrivo ancora, da qualche parte, l'illusione che tutto sarebbe finito. Quando l'incubo era appena cominciato.
Oggi mi guardo alle spalle e vedo anni di depressione, anni trascorsi nella paura, nell'apatia, mi sento come giunta al traguardo e vorrei comunicare con la me stessa di tre anni fa, per sussurrarle che non finirà.
Con questo coltello sto sfiorando i miei polsi, diario.
Il sangue non esce, ma sono sicura che basterebbe premere un po' di più.
12 settembre 1990
Questo stesso coltello, sarà questo stesso coltello che userò, è deciso. Devo mantenere un po' di sanità mentale, tenere duro ancora un po', fino a che non troverò la forza di premere di più. E dovrò premere a fondo, senza pensare. Mio fratello è gracile, ma lo stesso non si può dire di mio padre... non posso sbagliare, sarebbe veramente l'errore più grande, il più grande fallimento, non me lo posso permettere.
Premerò anche sui miei polsi, diario, ma non prima di avere aperto i loro corpi. Non prima. Questo è l'ultimo e unico regalo che ho intenzione di farmi, in onore di quella piccola parte di me che ancora non ha perso del tutto il rispetto di se stessa. O di quella parte di me che l'ha guadagnato col tempo. Non fa differenza, ora...
3 ottobre 1990
Ucciderò anche mia madre. Il quadro dev'essere completo, devo purificare tutto, tutto quanto. Mi è stata rubata la vita, e mia madre ne è complice; non conta ora l'immagine, l'ossessionante immagine che ho di lei, quell'immagine in cui mi sorride e mi parla e ha tutta l'impressione di stare dalla mia parte.
Devo superare questa paura, questa debolezza.
Devo prendere anche lei.
Ma quanto vorrei, diario, poter tornare ad avere cinque anni.
25 ottobre 1990
Ancora violenze. In un modo o nell'altro, nella pace o nella catastrofe, nel sollievo o nella tortura, tutto questo finirà. Questo coltello, che ho iniziato a custodire gelosamente, sarà il mio angelo custode. Accadrà presto, me lo sento, accadrà presto e l'idea mi stordisce un poco.
27 ottobre 1990
Tornando a casa, oggi, ho trovato una fotografia per strada. Era un po' ingiallita, ma ha attirato subito la mia attenzione... ritraeva una famiglia felice, diario, quello che io non ho mai avuto. Mi sono come illuminata. Perchè, perchè non ho potuto avere dei genitori normali, un fratello normale, sorrisi e gite insieme e felicità? Perchè ho dovuto vivere, crescere con questo odore addosso, immersa in questi imbarazzanti silenzi, tenendomi ogni livido per me, ogni graffio per me, quasi accarezzandoli e sentendomi viva percependo il dolore scorrere lungo il mio corpo?
Il dolore, in ogni sua forma, mi ha tenuto compagnia per anni.
Mi è sempre stato impossibile guardare negli occhi i miei familiari... Mi sento così debole, benchè esasperata, benchè ormai consapevole di essere in fondo carica di odio, non posso che autocommiserare me stessa guardando questa fotografia.
28 ottobre 1990
Questa mattina mi sono svegliata e gli occhi mi facevano male. Il cuscino era ancora umido delle lacrime, e sfiorandolo di nuovo sono scoppiata a piangere; si può piangere fino a provare dolore fisico, diario? Si può? Si può.
Ho imparato una cosa, però: se ancora piango, se ancora soffro, se ancora mi commuovo dinanzi a una fotografia, allora forse non sarò mai in grado di uccidere nessuno. Forse non c'è abbastanza odio in me, abbastanza rabbia, abbastanza disillusione; maledetta, maledetta foto! Ero così vicina alla purificazione, alla mia emancipazione da tutto quanto, alla mia totale e completa catarsi...
Ecco, l'ho strappata, questa dannata fotografia.
30 ottobre 1990
Ma... oggi sono ottimista! Ho un nuovo punto di vista. In questi giorni ho riflettuto, e ho tratto delle conclusioni.
Se ancora ho pianto, se ancora ho desiderato amore, se ancora ho il ricordo dei sorrisi di mia madre, significa che in me c'è vita, che non c'è solo sporco e muffa e vergogna. Forse ho un valore, e forse questo è qualcosa a cui non ho mai pensato; troppo occupata ad autocommiserarmi, ad osservare immobile o a provare ad odiare mio padre e la mia famiglia, non ho mai considerato che potrei condividere parte delle loro colpe.
Non ho mai più provato a parlarne con nessuno, pur sapendo che i silenzi non avrebbero risolto alcunchè. Possono loro comprendere il mio dolore, senza che io, in qualche modo, provi a comunicarlo? Farlo adesso sarebbe tardi.
Ma avrebbe senso, seriamente, portare a compimento la mia stupida vendetta?
Se ci ho pensato così a lungo, per poi terminare in un pianto dal sapore quasi infantile, forse significa che non ne sarò mai in grado... Proprio perchè c'è dell'umanità in me, ancora. Ed è a questa parte di me che ho deciso di dare ascolto d'ora in avanti.
Non posso continuare a subire questa violenza, però. Me ne andrò, partirò, diventerò indipendente, diario! E forse, fra qualche tempo, incontrerò di nuovo i miei genitori e potremo essere felice insieme. Anzi, sarai tu, tu a farmi da complice! Ti lascerò qui, su questo letto. In te ci sono tutte le mie confessioni, nulla più, nulla meno... non potrei trovare un modo migliore per far comprendere ai miei genitori quello che provo e che ho provato.
E sono sicura, diario, che quando leggeranno queste righe mi comprenderanno, mi perdoneranno, e torneranno ad amarmi... Non potrebbe essere altrimenti: non può esistere solo odio, solo tristezza, solo depressione, non può. Ho già pagato, ho già dato, ora ho speranza, per la prima volta, ho sinceramente speranza.
Mi sento bene oggi; partirò domani stesso. Porterò con me quella fotografia, in fondo è stata importante, è stata lei che indirettamente mi ha fatto comprendere. E porterò anche il coltello, perchè in fondo è parte di me, e anche se so che non mi servirà più come "fedele compagno" o "angelo custode", sento di doverlo tenere con me: non lo voglio rinnegare affatto; mi servirà per ricordare, mi farà da monito, e un giorno, guardandolo, ne sono certa, riderò al pensiero di cosa avrei voluto farci!
Ti lascerò qui, tra queste quattro mura che bene o male mi hanno cullato per tutti questi anni. Quando ci ritroveremo, forse sarò felice, e forse sarà merito tuo.
Mi raccomando, fai il tuo dovere!
Addio, caro diario.