L’inizio
Giorno 1Quella sera ero uscito mezzo brillo dopo aver alzato un po’ troppo il gomito ed essere stato con la cameriera di quel locale, ma sai com’è, quando si viaggia tutta la notte da solo al freddo, qualcosa per riscaldarti ci vuole. Dovevo fare delle consegne notturne. Ormai per un uomo come me non c’è più speranza. Ho vissuto la mia esistenza e adesso aspetto il dolce sapore della morte mentre sono buttato a capofitto sul mio lavoro di camionista.
Comunque sia, avevo un gran bel giro e molte consegne da fare. Finì di bere il mio ultimo bicchiere e mi diressi verso il mio camion. La notte era magnifica. Tranquilla e silenziosa. La solita e inutile routine.
Stavo passando i confini della Virginia e mi stavo dirigendo verso le rive del lago di Toluca. E fu lì che ebbe inizio il mio incubo. Mentre correvo, ora che ci penso avevo spinto il pedale un po’ troppo, una ragazzina mi attraversò la strada, facendomi perdere il controllo del mezzo e facendomi sbattere contro la montagna.
Ingresso a Silent Hill
Non so cosa è successo dopo. Mi sono risvegliato non so dopo quanto tempo. Avevo la fronte che sanguinava. L’urto mi aveva fatto sbattere la testa contro il finestrino ferendomi, ma nulla di grave. Presi il mio kit di pronto soccorso, misi un po’ di alcool e me la fasciai in modo da fermare il sangue.
Scesi dal camion per vedere il danno che avevo combinato.
Una fitta nebbiolina avvolgeva il paesaggio silenzioso e misterioso. Mi guardai attorno. Una pace attraversò il mio essere e tutto intorno a me sembrava immobile, fermo. Dovevo chiedere aiuto perché l’urto fece distorcere la ruota bloccandola. Il paesaggio era tranquillo, così decisi di fare due passi a piedi in cerca di un gommista. Non pensavo che sarei entrato dentro un incubo. L’apparenza inganna. Sotto quel meraviglioso paesaggio, si nascondevano i residui di morte, di ira e di rabbia soppressa.
Comunque sia, ero assorto nei miei pensieri e non sapevo ancora a cosa sarei andare in contro mettendo piede in quella cittadina. Il cartello all’ingresso diceva "Benvenuti a Silent Hill", quindi questo era il nome del paese addormentato.
Ora capisco perché si chiama così. Un paese situato su una collina, dove tutto è avvolto dal silenzio e dalla tranquillità.
Ci volle un bel pezzo prima di entrare nel paese. Dovetti attraversare tutta la campagna fino al cimitero. Il cancello era aperto. Entrai. Il silenzio regnava sovrano e la nebbia era sempre più fitta. Nell’aria si sentiva l’odore di bruciato. Dentro il cimitero feci la mia prima conoscenza, Susan, una ragazza di 24 anni credo. Capelli neri, sguardo profondo e spaventato.
"Scusi", al mio richiamo la ragazza sobbalzò.
"Oh! Mi- mi- mi scusi, io- io non sto facendo nulla qua, davvero lo giuro".
"Signorina, si calmi. Non voglio farle del male. Ho avuto un incidente con la macchina, una ragazzina mi ha attraversato la strada…."
"Impossibile che sia successo proprio a Silent Hill".
"Perché è impossibile?? E pure è quello che mi è successo, non credo di averlo sognato"
"Vede, il fatto è che a Silent Hill, non c’è più nessuno da un sacco di anni"
"E lei??? Cosa ci fa qua???"
"Io??? Cerco mia madre". A questi discorsi i primi pensieri su quella ragazza furono: è pazza, sarà scappata da qualche ospedale, meglio essere cauti con lei, c’era qualcosa nel sul suo sguardo. Aveva gli occhi assenti, si guardava sempre attorno e le parole sembravano non essere collegate col cervello.
"Ad ogni modo, devo arrivare da qualche meccanico per riparare il mio camion al più presto".
"Non lo troverà qui. Vede, questa ehm…questa…questa città, ha qualcosa di strano, succedono cose inspiegabili"
"Si certo, capisco. Terrò il consiglio, ma devo avviarmi. Susan piacere di averla conosciuta", le porsi la mia mano per una calorosa stretta, ma la ragazza si girò di spalle e si mise a fissare la tomba su cui era china prima mentre cominciò a cantare una nenia.
Vidi che ormai ero diventato inutile e me ne andai, proseguendo sempre verso l’altra uscita del cimitero. Ero stanco ed affamato, quando finalmente uscì dalle campagne e vidi le prime strade, le prime insegne, le prime case.
Ero arrivato. Bene, la prima cosa da fare è cercare qualcuno, magari per farmi fare una telefonata e qualcuno che mi riparasse il camion.
La città era deserta, non un’anima viva e cominciò pure a fioccare. Ma non era neve quella che cadeva. Era cenere. Mi girai attorno. Non c’era anima viva.
Ho visto una figura nella nebbia. Non sono riuscito a capire cos’era. Bene allora non sono da solo.
"Senta lei, mi scusi".
La figura scomparve nella nebbia. Sembrava una persona ubriaca perché mentre la vedevo muoversi nella nebbia barcollava. Nessuna anima viva…
Una bambina era accucciata su una scalinata.
"Bambina, senti io…" la bambina scappò.
Cercai di seguirla nella nebbia. Ci riuscì a stento. La bambina mi portò ad un cancello che dava ad un piccolo vicolo. Aprì il cancello che si richiuse sbattendo violentemente dietro di me, era uno di quei cancelli a soffietto. M’ incamminai lungo questo vicolo alla ricerca della bimba. È strano. Mentre cammino si sta facendo buio. Ma non è naturale. Il giorno non stava per finire, era come se salissero tenebre dal nulla. L’aria si fece pesante e anche maleodorante. Decisi di tornare indietro. Mio Dio, qualcuno ha messo davanti l’ingresso due enormi barili pesanti. Non posso più aprire il cancello.
Presi un fiammifero dalla mia tasca e lo accesi, sempre meglio di niente visto che ormai era buio fitto. Non avevo altra scelta che proseguire fino in fondo e capire dove portasse quel vicolo. Sembrava un labirinto di recinzione e filo spinato. Le pareti erano arrugginite e tutto aveva preso una tonalità di rosso.
Camminando sempre per questo vicolo vidi una sedia a rotelle abbandonata. Cosa ci faceva qui?
Quando mi girai vidi che c’era anche una barella d’ospedale. È tutto così strano. Stava cominciando a salire un odore di morte, come se un cadavere si trovasse da quelle parti. Mi girai e rabbrividì. Un corpo squartato e aperto al ventre era stato crocifisso e avvolto nel filo spinato. Aveva l’intestino penzolante. Nel viso non era rimasto nulla. Solo il vuoto. Un ammasso di carne. Ora che lo scrutai bene, non mi sembrò umano anche se la fisionomia e la struttura assomigliassero a quelle umane. Era un ammasso di carne con testa, collo, busto, braccia e gambe, spellato e crocifisso. Il buio ingoiava tutto, facendomi cadere in paranoia e in una tensione terribile e crescente.
In quello stesso istante sentì delle urla. Mi voltai alle spalle, le stesse creature, miglia, milioni, venivano verso di me… nel buio cercai di scappare, mi girai, ma ero stato rinchiuso. Ero dentro una cella di filo spinato e altissime pareti di rete metallica. Le cose mi graffiano e mi danno coltellate. Mi stanno prendendo a morsi… cazzo mi hanno staccato una gamba e anche un braccio. Indietro, indietro… non ho più la testa attaccata al collo. Indietro indietro...
Il risveglio.
Un sogno?? Stavo sognando?ahia, che male. Aprì gli occhi lentamente e mi ritrovai disteso su un sedile imbottito dentro un fast food.
"Come stai?" disse una donna mentre si avvicinava a me.
"come se fossi stato investito da un camion"
"Che ci fai qua?"
"Non lo so, non ricordo manco come ci sono finito. Forse leggendo i mie appunti potrei….."
Mio Dio, c’era un pezzo di testo che non avevo scritto io, era scritto in rosso e leggendo era esattamente il sogno – o incubo - che feci.
"Tutto bene??" la voce della poliziotta mi riportò al presente anche se ero scosso. Cercai di non lasciar trasparire nulla.
"Si, si tutto ok... Era notte, - ripresi dopo qualche minuto di silenzio - dovevo fare delle consegne e mentre guidavo, una bambina mi attraversò la strada. Al mio risveglio solo nebbia e desolazione, ero nelle campagne nei pressi di questo posto. Cercavo un meccanico o un telefono".
"Come ti chiami"
"Walter, Walter Sullivan"
"Cybil Bennet. Mi spiace, non ci sono meccanici qua e i telefoni sono isolati. Questo posto sembra tagliato dal mondo".
"E lei? Cosa ci fa qua?"
"Svolgevo indagini, quando l’ho visto per terra a due isolati da qua. L’ho trascinato fino qua dentro per farlo riprendere e aspettavo il suo risveglio"
"Da quanto dormo?"
"Un giorno e mezzo. Lei non dormiva, era svenuto. Qualcuno l’ha colpito alla nuca cogliendolo di soprassalto. Ha notato qualcuno?"
"Si l’ultima cosa che ricordo è un uomo, ubriaco credo, perché nella nebbia ho visto qualcuno barcollare"
"Bene! Credo di aver capito. Mi ascolti bene, prenda questa pistola e questo caricatore e preghi il Dio di non doverli mai usare. Stia qui, è più al sicuro che la fuori. Io cercherò di far luce su questo mistero e il perché di questa desolazione"
"Ma io..."
"Ascolti, è meglio che resta qui, ci penserò io a questa città"
Annuì, ma credo che avesse capito che non sarei restato con le mani in mano. La poliziotta uscì dal fast food lasciandomi da solo.
Che fare? Dove devo andare? Uscì anche io da quel fast food e mi misi a cercare qualcosa, anche una sala per meccanici dove prendere alcune attrezzature per riparare il mio camion. Volevo andarmene al più presto da questo posto.
Mi girai bene attorno. La cittadina era completamente desolata e silenziosa. Ne il vento soffiava tra i rami, ne il rumore di passi, nulla di nulla. Solo in nulla. La nebbia avvolgeva tutto e tutto aveva un tono di grigio e uggioso. La cenere cadeva dal cielo e un odore di bruciato ristagnava ovunque. A guardare questo posto, mi viene molta ansia e angoscia. La solitudine mi divora. Dove siete tutti. Angela, Cheryl, mi mancate moltissimo. Feci alcuni passi. Non volevo allontanarmi molto da quel luogo. Fortunatamente nelle vicinanze c’era una pro-loco e nel tabellone di fuori c’erano delle mappe. Ne presi una. Era la carta delle città. Finalmente un po’ di fortuna, è già qualcosa.
Mi feci un giro sta volta più largo, segnandomi però nella mappa il luogo in cui si trovava l’Annie’s Bar – era questo il nome del fast food. Girando a vuoto per la cittadina e segnandomi i vari punti di riferimento, mi accorsi che attorno, nei confini, c’erano dei dirupi. Come se la città fosse tagliata dal mondo. È strano tutto ciò. Qualcosa colpì la mia attenzione. Sulla mia destra, nei pressi di un dirupo, vidi esattamente il cancello del mio sogno, con le gambe tremanti e le un’ansia incredibile, decisi di entrare. Le reti metalliche che mi bloccavano altro non erano che piccoli recinti di legno.
Trovai a terra un tubo di ferro. Decisi di portarlo con me. Non avevo mai usato un’arma da fuoco e non mi andava di usare la pistola, anche se saperla con me mi dava coraggio. Fortunatamente per me, dentro quel vicolo non si fece buio e la strada era interrotta da una parete di una casa che era franato. C’erano dei fogli di carta per terra. In uno di questi c’era disegnata una casa e il nome GREENWECH SCOOL era scritto a stampatello sopra. Guardai la mappa e vidi che era lo stesso nome della scuola locale e non era molto distante da me. Qualcosa dentro di me mi disse che quello era il luogo dove dovevo andare. C’era solo un piccolo elemento che non avevo calcolato….tutte le strade che portavano alla scuola erano interrotte. Le strade che prima erano libere, ora erano interrotte. Ero stanchissimo e scoraggiato. Decisi di tornare al bar ma mentre tornavo la mia attenzione fu attratta da qualcosa. In mezzo la strada c’erano dei fogli di carta. Al cuni di questi di questi erano dei fogli di un diario:
24 ottobre.
Tutto il giorno qua, seduto. Piove
25 ottobre
Ancora pioggia e quel cazzo di cane che abbia tutto il giorno. Non lo sopporto più. M ne dovrò sbarazzare.
26 ottobre.
Ho sparato al cane. Piove. Adesso l’unica cuccia di fronte casa mia è vuota. Non ci sono altre cucce a silent hill.
Cuccia, ho visto solo una cuccia qui. Dovevo andare a vedere nella casa di fronte alla cuccia. Volevo vedere chi aveva scritto questo diario e soprattutto vedere se c’è qualcuno. Cercai a lungo la cuccia. La trovai solo qualche ora dopo e scoprì che la casa di fronte era invece una palazzina con degli appartamenti.
Gli Appartamenti
THE BLUE’ S APPARTMENT, questo era il nome all’ingresso della cancello, erano tutti blu. E il cancello all’ingresso era socchiuso. Entrai lentamente e mi ritrovai nel cortile delle palazzine. Anche la porta d’ingresso era aperta e mi infilai. Nell’hall di quell’edificio, tutto tappezzato di blu, c’era un grande bancone sulla sinistra, il posto del portiere. Infondo c’erano delle scale e nel sotto scala alcune porte. Sul bancone del portiere c’erano un mazzo di chiavi e un biglietto con scritto:
stanza 406, per il signor Jhonson, il pacco da lei richiesto.
Salì le scale per cercare la stanza 406. Anche la tappezziera delle scale e i muri dei corridori dei vari piani, erano blu. Volevo vedere cosa c’era in quel pacco.
Cercai la stanza 406 e quando la trovai, provai ad uno ad uno le chiavi finche non la trovai. Entrai nella stanza. Era molto buia. Vicino alla cassettiera infondo c’era una piccola luce. Mi avvicinai e trovai una piccola torcia a pile da attaccare al mio gilet. La presi con me e feci un giro per la stanza. Il pacco era in camera da letto. Sapevo bene che non era educato aprire i pacchi degli altri, ma la curiosità era troppa. Sollevai il coperchio e rabbrividì. C’erano dei vestiti. Gli stessi vestiti che aveva mia moglie dentro la bara il giorno del suo funerale. Come è possibile tutto ciò? Avevo mille pensieri, mille dubbi. A questo punto è davvero morta? O hanno saccheggiato la sua tomba portando qua i vestiti? Ma era assurdo, non poteva essere una coincidenza e che sia stato proprio io a trovarli lì, io che ero stato sposato con la persona che portava quei vestiti…
Scoppiai in lacrime, pensandola intensamente. Dopo qualche momento richiusi il pacco col cuore in frantumi e uscì dalla stanza.
Lungo i tristi, desolati e bui corridori della palazzina sentì qualcosa nel silenzio. Erano dei gemiti e poi suoni come se qualcuno stesse vomitando. Man mano che mi avvicinavo, i rumori erano sempre più forti dando conferma a quello che pensavo, il mal capitato stava buttando l’anima. Entrai nella stanza e trovai un ragazzo, sui ventisette anni credo, biondo e con occhi rossi e stanchi. Era accucciato a terra con le braccia sulla tavolozza del water.
"Chi…chi sei??? Bhluaaaaal" Continuava a vomitare senza sosta.
"Hai bisogno d’aiuto???"
"Sto bene, lasciam….. Bhluaaaaal… ..phu!!! lasciami in pace, vattene da questo posto"
"Dovresti farlo anche tu"
"Io andrò subito". Aveva un filo di bava che gli penzolava dalla bocca al mento. Non sembrava vomito. Era bianco e denso… sembrava sperma. Il ragazzo sputava anche del sangue. Non sapevo cosa fare… uscì dalla stanza lasciando il povero ragazzo continuare a vomitare.
Le palazzine si fecero ancora più buie e quello che sembrava blu adesso era diventato con una dominante di rosso, come se si stesse svegliando l’inferno. In alcuni punti il pavimento era crollato, mostrando i ferri e le tubature che attraversavano tutto l’edificio. Sotto c’era il nero pesto, il buio più totale. L’aria si fece pesante da respirare e un forte odore di bruciato ristagnava sul corridoio. Qualcosa di orrendo stava per accadere. Sentì dei passi. Nella luce della piccola torcia vidi qualcosa avanzare verso di me. Fui assalito da una tremenda paura. Era una creatura con le braccia fuse nello stomaco. Camminava e barcollava emettendo dei gemiti ed erutti. Sembrava che volesse vomitare anch’esso. Il corpo era ricoperto da qualcosa che gli dava lucentezza. Il colore era marroncino, come quella di carne putrefatta. Non aveva organi in viso, ne occhi, ne naso, ne bocca. Aveva un buco sul centro del petto dove scolava de l liquido. Era acido. Spensi la torcia. Era attratta dalla luce. Afferrai il tubo di ferro che avevo trovato e cominciai a picchiarlo forte. Finche il viso cominciò a contorcersi. Sentivo le ossa della creatura spaccarsi e la carne lacerarsi. Finché non si accasciò a terra strisciando su se stessa emettendo orrendi suoni di dolore e di morte. La creatura arrestò ogni movimento e il suo sangue comincio a spargersi ovunque… avevo il cuore a mille. Volevo uscire dalla palazzina ma tutte le porte che prima erano aperte adesso sono bloccate. Affacciai dall’unica finestra che era rimasta aperta. Di fronte alla finestra dove mi ero affacciato, vi era un’altra finestra aperta, che portava nell’edificio di fronte alle palazzine. La distanza era minima, quindi con un bel balzo riuscì ad infilarmi nell’altra palazzina. Davanti a me l’ennesimo corridoio con un'unica porta che, dopo averla forzata un bel po’ riuscì ad aprirla. Erano le sca le di servizio. Potevo solo salire di un piano perché dopo erano interrotte dal soffitto crollato. Entrai nella prima porta aperta. Trovai Susan, sdraiata sul pavimento davanti ad un enorme specchio. Lei mi vide attraverso lo specchio e senza sorprendersi più di tanto disse:
"Ah! Sei tu!"…
Dopo qualche secondo di silenzio risposi:
"Susan, che ci fai qua!"
"Te l’ho detto, cerco mia madre, sei sordo forse?"
"No…no è che sono stanco e non so cosa stia succedendo qua!"
"scappare è la cosa più semplice, anche se resterò sola per sempre senza la mia mamma."
"No Susan, non si è mai da soli"
"Davvero?"
"Si, ti proteggerò io".
Abbassò lo sguardo guardando il coltello che aveva in mano. Me lo porse e disse:
"Potresti reggermelo? Se lo tenessi io non so quale sciocchezza potrei combinare".
Feci un sorriso e annui porgendo la mia mano ma lei, con uno scatto impulsivo mi puntò contro il coltello mettendosi ad urlare. Io rabbrividì e mi immobilizzai al suo grido.
Lei si rese conto di ciò che fece, lasciò cadere il coltello e si coprì il viso con le mani, dicendomi in lacrime:
"Scusami, scusami tanto, non volevo sono stata cattiva. Scusa"e, senza che io potessi dirgli nulla scappò dalla stanza in lacrime. Io raccolsi il coltello e uscì. Nel corridoio principale, senti qualcuno urlare, ma non mi sembrò Susan, era un grido di un uomo. Cercavo di capire da dove provenisse quel grido, quando senti puzza di bruciato provenire dalla stanza 665 che si trovava alla mia destra. Appena mi avvicinai la porta si aprì lentamente e la forte puzza di bruciato mi inebriò riempiendomi il naso da quel forte odore.. Entrai in quella stanza, ma non c’era ne fuoco ne fumo. Solo il buio pesto. Ma la persona che emesse l’urlo, o almeno credo che fosse stata lei, la trovai. Seduta su una poltrona, davanti la televisione accesa. Era davvero bruciata. Un corpo pieno di ustioni e mutilato. Senza capelli. Senza volto. Un messaggio sul muro era stato scritto col sangue:
provaci e riprovaci, gira e rigira, attendi e attendi se hai il coraggio.
Cosa voleva dire quel messaggio? E chi lo aveva scritto? Girai tutta la stanza per vedere se trovavo qualcosa di interessante. Solo un diario.
27 ottobre.
Non sopporto il mio vicino. Sempre a buttare voci e a gemere. Non ne posso più
28 ottobre
Piove. Piove ininterrottamente da 4 giorni. E da qualche giorno pure la nebbia. Il mio vicino sempre a buttare voci e gemere. Domani lo spio attraverso il buco che c’e sulla mia parete e che mi permettere di vedere l’altra camera.
29 ottobre
L’ho spiato. Non sapevo che il mio vicino avesse tali fantasie. L’ho trovato seduto su una poltrona a guardarsi un film. Sembra un porno visto da qua. È entrato qualcuno nella sua stanza. Dopo l’ho sentito vomitare.
30 ottobre.
Hanno trovato il mio vicino in mille pezzi. Aveva solo la testa intera, ma tutto il resto del corpo era sparpagliato su tutta la casa, come se fosse esploso. Il sangue era ovunque sui muri. Mi faceva brutta simpatia, ma mi dispiace che aveva fatto questa fine adesso la 664 è vuota.
Che diario strano che trovai. Cercai il buco nella stanza e quando lo trovai ci guardai dentro. Non c’era nulla. Solo una camera vuota. L’angoscia cresceva a dismisura dentro quell’edificio. C’era troppo buio. Vedevo solo grazie alla piccola torcia trovata prima. Uscì dalla stanza e c’era il ragazzo di prima che vomitava. Aveva lo sguardo pieno di orrore, dicendomi:
"Scappa, ormai per me è tardi, sarò come loro se non muoio prima. Sta arrivando. Vattene, vattene".
Così dicendo scappò nella stanza 665 e si chiuse a chiave sbarrandosi la porta. Stranamente anche qui tutte le porte si bloccarono e io non potei più riprendere le scale. Solo la porta 666 era aperta.
Nella stanza trovai un armadio e un’ enorme cisterna piena di fango. Il buio ricopriva tutto, anche se in questa stanza c’era una piccolissima lampada che pendolava dal soffitto altissimo. La stanza era desolata e un senso di ansia e depressione mi assalì terribilmente. Aveva i muri arrugginiti e in alcuni punti si intravedevano delle reti metalliche. Il pavimento in parte era crollato lasciando degli enormi buchi. Non riuscivo a vedere il fondo di questi buchi sul pavimento e mentre guardavo sentì la porta dietro di me aprirsi. Mi nascosi dentro l’armadio, lasciando un piccolissimo spiraglio tra le ante dell’armadio, fu orrendo. La porta si aprì lentamente. Entrava una creatura alta almeno due metri e mezzo. Anche esso era un ammasso di carne che camminava. Invece della testa aveva una grande piramide rossa con una fessura al centro. Sulla mano sinistra reggeva una enorme spada e sulla destra trascinava il ragazzo che avevo visto prima vomitare. Il ragazzo urlava e si dimenava ma non riuscì a liberarsi dalla salda presa del mostro. Si fermò in mezzo la stanza. La creatura si girò prima a destra e poi a sinistra con testa. Emesse uno grido cupo, come se fosse stanco. Lasciò il ragazzo che si andò ad accucciare in un angolo della stanza mentre tremava e piangeva come un disperato. Il mostro lasciò cadere anche l’enorme spada, andò verso il ragazzo, fece uscire in mezzo alle gambe un organo lungo e tondo come un tubo. Lo infilò in bocca al povero ragazzo che non riuscì a gridare perché stava soffocando. Vidi il tubo farsi strada dentro di lui fino allo stomaco, finché il ragazzo non ce la fece più e tutto il suo corpo esplose, schizzando sangue, pezzi di carne, organi e credo anche liquido bianco su tutti i muri. Tutto il suo corpo si fece in mille pezzi. Rimase solo il capo infilato nell’organo della creatura d alla bocca, come se fosse un anello. Dall’estremità che attraversava la gola del ragazzo, e usciva al punto dove il corpo gli era esploso, colava del liquido bianco e denso. Lo stesso che colava dai muri. Un odore orrendo ristagnava ovunque. Non riesco a descrivere come mi sentivo. Ero disgustato, spaventato e inorridito.
Che mal di testa che ho avuto al mio risveglio. Cosa è successo? Adesso ricordo. Ricordai della scena rileggendo quello che avevo scritto. Guardai attraverso lo spiraglio delle ante. C’era luce. La stanza era illuminata. La luce del giorno rischiarava tutto. Quello che prima era una cisterna piena di fango adesso era diventata una gradinata. Le reti sul muro adesso erano mattoni. Tutto era tornato alla normalità. Uscì dall’armadio con molta prudenza e scesi le scale. Uscì dalla porta che dava al cortile e subito dopo uscì dal cancello sul retro. Controllai la cartina per orientarmi. Ero dall’altro lato del dirupo, proprio sulla stessa strada che portava alle scuole.
Di nuovo per strada
Mi chiedevo cosa fosse successo nella palazzina. Se ho vissuto tutto oppure è stata l’immaginazione. Quelle creature…
La luce del giorno mi diede nuova forza e una piccolissima speranza, anche se tutto ancora era ricoperto di nebbia e continuava a cadere cenere dal cielo. Stavo camminando per Mean Street quando udì dello sbattere di ali. Adesso che si avvicinava erano come due pezzi di non so cosa che vibravano nell’aria. Mi girai su tutti i lati. Finche vidi qualcosa volare verso di me. Era un uccello, sembrava di dimensioni grandi. Tipo un cigno. Io mi nascosi in uno stretto passaggio tra una casa e l’altra. L’uccello, o non so cosa, atterrò un po’ più in là. Non aveva piume, ma solo carne. Era lucente e senza piumaggio. Anche esso era un ammasso di carne che volava, con la forma di un uccello. Le zampe erano delle ossa che finivano a punta. Le ali erano due ossa superiori rivestiti di carne molla che pendolava, come una tenda stesa al sole che si muove col vento. In faccia non aveva occhi. Solo il becco, anch’esso rivestito di ca rne. Era di un colore rosa vivo e vedevo le nervature che gli pulsavano. Si muoveva grazie all’olfatto. Era alto quasi quanto me. Afferrai il tubo di ferro e mi precipitai verso l’uccello. Che spiccò subito il volo. Con rabbia cominciò a librarsi in aria e con moltissima ferocia si scagliava addosso a me. Le zampe acuminate mi lacerarono un po’ il viso. Fortunatamente riuscì a schivarlo. Si scagliava contro di me beccandomi. Io cominciai ad agitare nel vuoto il tubo di ferro con tutta la forza che potessi avere, finché riuscì a colpirlo sulla testa, mentre era chino per beccarmi, spezzandogli l’osso del collo. Aveva la testa che gli penzolava da un lato ora, finché lo colpì nuovamente spezzandogli un’ala. La "cosa" cominciò a strisciare a terra emettendo striduli gemiti. Vedevo il dolore che gli avevo inflitto, ma non avevo pietà e continuai a colpire. Sentivo le ossa fracassarsi ad ogni mio colpo. Finche si accasciò a terra.
Silenzio. Il silenzio ricopriva tutto. Un’altra creatura. Frutto della mia immaginazione o altro? Durante il mio percorso verso la scuola, vidi molti altri uccelli del genere attraversare il cielo. Erano come dei pterodattili, però addosso non avevano nulla. Solo carne che volava.
Per mia sfortuna, però, non c’erano solo gli uccelli. C’erano anche cani. Cani terribilmente mutilati. Chi con la testa pendente, chi con lo stomaco aperto, ma tutti senza pelo e senza pelle. Era orribile. Non ne potevo più di quel posto. Volevo scappare, ma non sapevo come fare. Volevo urlare, ma non avrei risolto nulla. Dovevo e potevo solo difendermi da quei cosi che mi saltavano addosso cercando di mordermi. Perché? Perché questo posto è popolato da queste creature? E perché proprio io? Ora capisco di cosa parlava quella ragazza al cimitero. Avevo molta ansia e angoscia. Ma c’e una cosa di cui non mi resi conto prima. Il mio cellulare, ad ogni creatura che si avvicinava, emetteva uno strano rumore. Me ne accorsi grazie ai cani, perché queste creature non morivano subito, ma dopo averli bastonati e picchiati, si accasciavano a terra. Volevano il colpo di grazia. Uno in particolare, che mi stava saltando addosso, lo colpi violentemente al volto, spaccandogli il muso e la mandibola. Il cane, ormai stonato, andava camminando sbattendo su tutte le pareti presenti. Gli diedi un colpo sulla schiena sentendo il rumore del bacino fracassarsi. Si accasciò e il mio cellulare dava questi segnali come quando c’è interferenza. Dopo avergli dato un calcio in faccia al cane, che si immobilizzò a terra, il cellulare smise di emanare questi suoni. Potrebbe essere la mia allarme a questo tipo di percolo. Non appena il cellulare emette questi suoni vuol dire che sta succedendo qualcosa.
Che strano. Si sta facendo notte, ma non è come nel sogno. Tutto è rimasto normale. L’aria non è pesante e non c’era quella tonalità di rossore su tutto il circondato. Proseguì sempre per quella strada, quando finalmente mi ritrovai davanti all’ingresso principale. L’insegna diceva GREENWECH SCHOOL.
La scuola, prima notte – incubi e deliri
La porta principale era chiusa con un pesante catenaccio. Non sapevo come entrare. Feci un giro lungo tutto il circondato dell’edificio finché non mi ritrovai nel cortile della scuola. Scavalcai il muro di recinzione ed entrai. L’aria gelida della notte cominciò a farsi sentire. Feci un giro per vedere se c’era qualcosa di interessante fuori, ma non trovai nulla di particolare. Solo al centro del cortile c’era uno strano simbolo. Un triangolo capovolto dentro un cerchio e una croce capovolta era dentro al triangolo. Un occhio era anche tra il cerchio e la base superiore del triangolo capovolto. Negli altri lati c’erano delle scritte che non sono riuscito ne a leggere ne a decifrare.
Che strano stemma. Cos’era? Mentre ero chino a guardare lo stemma, la porta della scuola, davanti a me, si aprì lentamente. Qualcosa mi attirava dentro. Entrai nella scuola.
L’ingresso, come tutto l’edificio, era in ottimo stato. Come se fosse ancora in attività. Era pulito e curato. Volantini e disegni erano appesi su tutte le pareti e i colori vivi dei quadri davano un po’ di vivacità a quello che sembrava un incubo. Feci un giro nei vari corridoi finche arrivai nella sala dei bidelli. Qui trovai la pianta dell’edificio. Scoprì dunque che era diviso in tre piani e poi c’erano gli scantinati. Trovai pure i compiti dei bidelli.
Joseph Collins: accensione degli impianti elettrici negli scantinati della scuola. Pulizia e ordine negli uffici delle maestre, del preside.
Rosy O’donnel: pulizia e sistemazione delle classi al piano primo
Annie Mcflares: pulizia e sistemazione delle classi al piano secondo
Anthony Ryan: pulizia e sistemazione delle classi piano terzo.
Joanh Tyler: pulizia del cortile e delle terrazze. Chiusura della valvola dell’acqua.
Allora l’edificio aveva cinque piani. Ma nella pianta erano solo quattro. Entrai negli uffici dei bidelli. Li c’era un disordine tremendo. Fogli a terra, libri ovunque e registri su tutti i tavoli, ma una cosa attirò la mia attenzione. Un dipinto davvero di cattivo gusto. Era appeso nella parete di destra appena entrati. Raffigurava una porta, con tre quadrati neri e due "cose" appesi nei lati. Uno a destra e uno a sinistra. Le "cose" erano dentro delle gabbie che non avevano sbarre. Avevano solo la struttura. Non avevano viso in testa. Erano li, come a fare la guardia a quella porta, avvolti da due grandi ali. Erano come pipistrelli col corpo umano, ma nulla in viso. Erano orrendi.
Rovistai nei cassetti dell’ufficio e trovai un mazzo di chiavi e una torcia elettrica. Presi le pile e le portai con me. Non si sa mai.
Un senso di vomito mi salì. Uscì fuori nel cortile per cercare di vomitare ma fuori trovai una bambina. Sembrava la stessa che vidi nel sogno. Era chinata sullo stemma.
"Hey tu!"
Al suono della mia voce, la bambina si girò e si mise a correre nel buio. Cercai di seguirla ma non la trovai più. Era sparita. Non riuscì a buttare nulla così rientrai dentro. Cominciai a perlustrare la scuola in cerca di non so cosa. Mi chiedevo perché stavo ancora in quell’edificio, ma una voce dentro di me mi diceva che dovevo cercare. Cosi cominciai dal piano terra.
Cominciai dalle classi. Erano tutte uguali: quattro file di banchi e una cattedra in fondo. Le lavagne pulite e i registri in ottimo stato. Non c’era nulla di strano in quella classe e uscì. Andai nella porta vicino. Era la classe materna. Giocattoli sparpagliati ovunque. Quattro telefoni giocattolo erano sul grande tavolo al centro della stanza tantissime tessere erano sparpagliate sul pavimento. Rimasi allibito quando trovai una tessera con una fila di tre quadrati al centro. Le stesse che vidi in quel quadro, e poi quella tessera era di versa dalle altre. Era rigida, non di cartone come le altre. Decisi di portarla con me. Mentre stavo aprendo la porta, un telefono giocattolo squillò:
"Pr…pronto!"
La voce di una bambina.
"Papà, a….aiutami" La voce di mia figlia mi chiamava.
"Cheryl"
Il telefono si ammutolì. Ero sorpreso. Mia figlia è morta, come faceva quella voce ad…. Non sapevo che fare e a cosa pensare. Forse tutto ciò è solo un incubo. Un brutto incubo. Uscii sconfortato e assalito da un senso di colpa e continuai a perlustrare il piano. Altre classi, ma in uno dei banchi della stanza 4c vidi qualcosa di strano. Su uno dei banchi era stato inciso qualcosa. Due mani. In uno era stato scritto "strega" e nell’altra "demonio". Aprì il vano di quel banco. C’erano dei pastelli di ceri e un quaderno. Lessi il nome: Alessa Gillhespie. Uscii dalla stanza e, proseguendo sempre dritto per il corridoio davanti a me arrivai dritto nelle scale. Scesi le scale e arrivai negli scantinati. Erano grezzi, non avevano mattoni e le pareti erano pietra viva.
Entrai nella prima stanza e trovai l’impianto dell’elettricità. Lo accesi e senti un rumore di serratura. Come se una porta, prima chiusa, adesso era aperta.
Salì nuovamente le scale e la porta, che dava sul cortile era aperta. Sembravo una pedina di uno sporco gioco comandato da qualche forza. Come se io facessi il suo volere e anche se tutto era contro la mia volontà ero costretto a farlo, infatti tutto il cortile adesso era crollato, lasciando solo la strada che portava ad una torre. Era la torre dell’orologio della scuola. Ai piedi aveva una piccola porticina aperta. Entrai e prosegui per lo stretto corridoio. Man mano che avanzavo. Il corridoio si fece marcio e arrugginito. L’aria diventò pesante e le stesse cose che erano dipinte in quel quadro erano adesso reali. Dei corpi erano appesi nelle pareti del corridoio che era diventato fradicio, arrugginito e pieno di rete metalliche. Provai a tornare in dietro, ma il corridoio era diventato tutto in quella maniera e la porticina della torre era bloccata adesso, ma come è possibile? Eppure sono entrato da qua.
Non avevo scelta che vedere dove portava quel corridoio. Uscì dall’altra parte. Ero nuovamente nel cortile. Che era tutto intero. Non ci stavo capendo nulla. Era come se vivessi in due dimensioni. Ero confuso e terribilmente angosciato. Adesso fuori pioveva e tutto aveva preso quella tonalità di rossore. Tutto intorno a me era logoro e marcio. Rientrai nella scuola. Era diventata squallida, marcia. Tutta arrugginita, se dovessi descriverla in una sola definizione era come se fosse scoppiato un incendio in quell’edificio. Le pareti erano logore e nere, affumicate. Tutto era diventato grezzo come gli scantinati. I corridori erano divisi a metà da una rete metallica. Delle scale sono rimaste solo le strutture fatte con delle grate. Salì al secondo piano ed entrai nella prima porta. Erano i bagni femminili. Appena dentro sentì qualcuno piangere. Furono gemiti di una bambina ormai stanca di piangere e frustata. Dopo il silenzio. Aprì una ad una le porte dei bagni ma non trovai nulla. Quello che trovai però dentro l’ultimo bagno mi fece impressione da morire. Un uomo bruciato dondolava sul pavimento. Era avvolto nel filo spinato e aveva le gambe attaccate alla testa.. le braccia aperte erano legate alle pareti del bagno. Aveva la bocca aperta e al posto degl i occhi aveva due buchi enormi. Era messo a pancia in giu. Vidi il giubbotto che aveva messo e nella targhetta c’era scritto: Collins. Il bidello.
Vomitai perché l’odore di carne putrefatta e bruciata, che emanava quel corpo, e il nervosismo per l’impressione che ebbi, fu tremendo.
Uscii dal bagno e mi infilai nell’altro. Era quello dei maschi. Nel lavandino c’era del sangue, ma nulla di insolito. A parte il buio pesto. Ma quando uscì dai bagni maschili ebbi una sorpresa. La porta che vidi prima nel dipinto, adesso era reale. I quadrati e i corpi appesi. Tutto era li e l’odore di morte era troppo forte. Tappandomi il naso vidi che nella porta c’era una piccola fessura. Mi ricordai della tessera che trovai prima e la inserì la porta si aprì. Entrai nella stanza. Era la stanza del preside. Trovai un libro aperto ad una pagina e lessi:
…e cosi il cacciatore, armato del suo fucile, aspettò la bestia uscire dalla tana. Dopo un paio di colpi, la lucertola si accascio e quando si avvicinò al cacciatore con le fauci aperte, lesto il cacciatore prese il suo fucile e le sparò tre colpi alla gola uccidendo cosi la lucertola gigante…
La pagina era stata strappata. Conoscevo quella favola, la leggevo sempre da piccolo. Feci un giro per la stanza e, in una parete più lontana c’era una bacheca con tanti tipi d’armi da fuoco. Ne presi uno con me. Un fucile a doppia canna. Sempre meglio di una pistola. Trovai pure nel cassetto della scrivania una video cassetta. Ero troppo curioso di sapere cosa contenesse, così la presi con me e alla prima occasione l’avrei guardata. Non c’era nient’altro di interessante nella stanza ed uscì. Ma fuori quella porta, l’ennesimo cambiamento. Adesso i corridoi cominciavano ad essere popolati. Vidi dei bambini avanzare verso di me. Il buio era pesto e la stanza era troppo angosciosa. Solo la piccolissima torcia dava un raggio di luce.
Man mano che si avvicinavano, la piccola torcia dava un dettaglio sempre più preciso e l’orrore cresceva in me. Erano creature tremende. Piccole creature. Alte quanto un bambino. Come tutte le creature che ho visto fino ad ora anche queste erano solo carne con la fisionomia di un essere un mano. Un corpo umano senza nessun organo. In viso non c’era nulla. Avanzavano verso di me con dei taglierini per carta, ma mi accorsi che erano ben affilati quando uno di loro si scagliò contro la mano graffiandomela. L’altro si buttò hai miei piedi immobilizzandomi le gambe. Diedi un calcio ad entrambi allontanandoli da me e impugnai la pistola di Cybil. Non avevo mai sparato, ma o lo facevo ora o non sarei sopravvissuto. Ci vollero dai tre ai quattro colpi per farli accasciare. Quando erano a terra, presi il tubo di ferro e li colpì alla testa. Inferendogli delle contusioni. Sentì il loro cranio fracassarsi.
D’ora in poi tutti i corridori furono in vasi da queste creature. Notai una cosa. Tutte le creature sembravano come bruciate. E quando mi trovavo in questa "dimensione temporale" tutto sembra bruciare. Salì la scala e passai dal secondo piano – ora capì che il bagno maschile fungeva da ascensore – e aprì la pesante porta di ferro davanti a me. Ero nelle terrazze della scuola. Pioveva ininterrottamente e il buio ingoiava tutto. Nella terrazza della scuola c’era un grande recipiente e la valvola dell’acqua. Aprì la valvola e l’acqua cominciò a scorrere dai tubi facendo cadere un piccolo oggetto in metallo da una tubatura. Cercai su tutti i tubi presenti nella terrazza, finché la trovai. Era caduta una chiave che portava l’etichetta con scritto: scantinato.
Presi la chiave e scesi per le scale. Ero al terzo piano. Anche qui trovai quelle orrende creature, ma non li uccisi. Li evitai semplicemente. Mi feci un giro nelle varie aule e in una di queste, trovai una tv e un video registratore. Infilai la cassetta trovata prima e misi play: un messaggio vocale.
La……………ina……………… è il……………………….avol……
Dobbiamo…………….arl…… la feb….bre non si abbassa. Noi c……….mo le st…..e.
Interruzione.
Non sono riuscito a capire nulla del messaggio e di che volesse dire. Ripresi la cassetta, volevo mostrarla a Cybil ed uscì da quelle aule. Adesso le creature si erano moltiplicate. Attaccavano da tutti i lati. Erano orrende. Ero spaventato. Avevano i corpi mutilati e il buio mi dava troppa angoscia. Ero in preda al panico e non sapevo cosa fare. In preda alla disperazione, emessi un grido di dolore e scappai. Pensavo che fosse la fine, invece riuscì a schivarli tutti e a scappare giù per le scale. Passai il secondo e il primo piano. Anche questi due piani erano popolati da queste tremende creature. Ma scesi ancora e tutta la scuola sembrava un labirinto. Uscì nel cortile. Ancora quelle creature. Pioveva a dirotto e tutto intorno a me sapeva di marcio. Entrai dall’altra entrata della scuola. Dentro sembrava tranquillo, ma mi sbagliai. Il cellulare emise un leggero fruscio che si faceva sempre più forte ed intenso. Era lui. La bestia che ho visto prima negli appartamenti. Quello con la testa a forma di piramide. Aveva delle creature in mano e un'altra gli stava uscendo dal ventre aperto. Vidi quella creatura cadere sul pavimento con un tonfo. Era ricoperta di una sostanza, come placenta e tutto il suo corpo luccicava. Quando si alzò dal pavimento la creatura partorita era pure come quella vista nei corridoi degli appartamenti, con le braccia fuse nello stomaco. Non potevo combattere contro quella cosa. Dovevo solo fuggire, ma ero bloccato dalla rete metallica. Le due creature si avvicinavano verso di me. Ebbi un colpo di genio. Sarà stato lui stesso ad aprirmi l’uscita, con un colpo di spada. Una mossa azzardata che se avessi sbagliato di poco mi sarebbe costata la vita. Mi posizionai davanti alla grata. la testa piramide alzò la spada e nell’agitarla squartò in due la creatura che aveva partorito. Diede una spinta verso di me con la spada. Mi spostai app ena in tempo. La grata si ruppe e io precipitai fino ai seminterrati.
Quando mi rialzai udì il silenzio. Solo la pioggia battente creava tensione. Mi misi in piedi e accesi la piccola torcia. Avevo la spalla dolorante. Sul muro di fronte a me c’era una scritta:
…e vidi la bestia salire dagli abissi del fuoco. Aveva il corpo di una lucertola. Non aveva pelle addosso e strisciava sul suo ventre. E la bestia scagliò l’ira contro l’uomo e l’oscurità divorò tutto…
Chissà cosa voleva dire quella scritta e soprattutto perché era stata scritta qua sotto. Mi girai intorno a me. Il seminterrato aveva diverse porte sta volta. Tre in tutto. La prima porta a sinistra era bloccata. La seconda porta era quello del generatore di energia elettrica che già era acceso. Trovai un piccone appuntito qua dentro e lo portai con me. La porta successiva era aperta, entrai e spostai la grande parete mobile. Restai impressionato. Un corpo era crocifisso su una parete di rete metallica. Era stato squartato e avvolto nel filo spinato faceva una puzza tremenda. Coprì gli occhi perché lo spettacolo era atroce. E quando li riaprì il corpo era sparito. La rete metallica erano adesso due muri con una porta di metallo chiusa. L’aprì grazie alla piccola chiave trovata in terrazzo.
C’era buio pesto e la torcia si era spenta. Salì una colonna di fuoco dal centro della stanza che illuminò tutto. Il pavimento era una grata metallica. E lo stemma che vidi nel cortile era al centro. La colonna di fuoco avvolgeva uno di quei corpi che ho visto hai lati di quella porta, solo che era seduto su una sedia a rotelle. Era tremenda la situazione. Al buio, con la luce del fuoco su una grata metallica. Sentivo degli strani rumori provenire da quella stanza. Non potevo tornare indietro perché la porta era sparita. Feci un giro nella grata. Ero immobilizzato dalla paura. Una enorme lucertola era in agguato dietro la colonna di fuoco. Era rosa. Sembra la metamorfosi di un dinosauro preistorico. Era come tutte le altre creature. Avanzava verso di e mi dava delle testate. Presi il piccone e cominciai a picchiarlo forte. Gli procurai tante ferite e ad ogni colpo inflitto la bestia urlava. Capi che con l’arma bianca non la fe rivo più di tanto, cosi impugnai la pistola e gli scaricai addosso un caricatore di proiettili, quando si fermò, aprendo le fauci facendo uscire la bava bianca dalla bocca. Erano tre mandibole. Tutta la testa gli si apri come una pianta carnivora. Si richiuse e si avvicinò con le fauci spalancate. Avevo una paura tremenda. Presi il fucile e diedi tre colpi nella gola. La bestia si fermò, si accasciò a terra un fortissimo e acuto suono attraverso la mia testa.
Quando riaprì gli occhi c’era luce. Tutto era tornato alla normalità l’odore di bruciato era passato e la scuola era come l’avevo vista la prima volta. Uscii dal seminterrato e salì le scale. Sentì sbattere una porta.
Uscii subito nel corridoio principale e trovai una donna. Appena mi vide la donna scappò lasciando cadere un crocifisso. Lo raccolsi e lessi la piccola scritta intagliata nel legno della piccola croce.
Cristo Redentore.
Backman road.
Era un indirizzo perché questa strada era nella cartina della città. Guardai la cartina e quel nome, in quella strada era associato ad una chiesa. Uscì dal retro, nel cortile scavalcai nuovamente il muro e prosegui per Backman road. Volevo vedere cosa c’era in quella chiesa.
Silent hill – secondo giorno
Finalmente respiravo di nuovo l’aria aperta. Era di sollievo. Vediamo se sono riuscito un po’ a capire come funziona: questa città è succube dell’oscurità. A volte succede che salgono le tenebre dal nulla e tutto diventa terribilmente angosciante e buio. Oh Dio è tutto così confuso.
Avevo questi pensieri per la mente e proseguivo per la mia strada. Di nuovo il mio cellulare. Qualcosa era in agguato. Era uno di quelli uccelli che camminava a terra. Presi il piccone e glielo conficcai in testa e subito l’uccello emesse un tremendo grido di dolore. Cadde a terra col cranio aperto. Ormai, dopo tutto quello che ho visto, tutto questo non mi fa più impressione come all’inizio ma un brivido c’è sempre quando spuntano queste cose. Ero assorto nei miei pensieri quando sentì una campana in lontananza. Ero vicino alla chiesa. La porta era aperta. Entrai.
La chiesa – un po’ di luce.
Vidi la donna che scappò prima dalla scuola. La riconobbi dai vestiti bizzarra che portava.
"Chi sei" dissi.
Ebbi modo di vederla bene. Aveva i capelli grigi avvolti dentro un foulard di seta. Portava un fazzoletto attaccato alla gola. Il viso era pieno di rughe e stanco. La carnagione era piuttosto pallida.
"Sapevo di te, stolto uomo, anche tu sei succube di Alessa"
"Alessa, chi è Alessa?"
"Lei non è la mia Alessa. Alessa è il male, Alessa è il demonio. Devi fermarla".
"Perché io?"
"Perché l’hai voluto tu, fai visita al luogo in cui esso dorme e capirai tutto. L’Alchemilla Hospital, e visita l’altra chiesa."
Così dicendo la donna se ne andò ridendo. E’ pazza.
Guardai la cartina ed ebbi uno stupore. Il luogo nominato prima della donna era segnato di rosso. Non mi resta che andare a visitare quel posto.
Proseguì per Backman road fino a Toluca Street. Il nome della strada era dovuto grazie al lago nelle vicinanze. Per arrivare in questo ospedale, dovevo attraversare prima il parco.
Il parco – una strana coincidenza?
Salì la piccola gradinata e un cartello si presentò davanti a me SILENT HILL PARK. Il parco. Era ben strutturato e ben curato. Era molto grande e le panchine erano in ottimo stato. I fiori delle aiuole davano colore a quel paesaggio grigio e triste. Non sapevo a cosa andassi incontro e presto la tranquillità di questo posto fu rotta al pensiero che quelle creature potessero attaccare, ma non fu così. Sul lato più sporgente ebbe una magnifica visione. Davanti a me il bellissimo lago Toluca. Il parco era stato costruito sulla costa.
Ma non fu l’unica sorpresa. Camminando ancora vidi una figura ferma nella nebbia. Presi il piccone, ero pronto ad attaccare per primo, ma più mi avvicinavo e più quella figura diventava nitida. Era una ragazza, ma non una ragazza normale. Era mia moglie defunta.
"Angela?? Ah! Tu non sei Angela", la ragazza si volto verso di me. Con un sorriso misto di felicità e malizia disse:
"Assomiglio a qualche fantasma?"
"No….no è che………Dio è incredibile, i vostri occhi, la vostra voce, solo i vostri capelli e vostri vestiti. Sembrate Angela"
"Il mio nome è Angy"
"Che ci fa qui una ragazza come te"
"Aspetto che qualcuno venga a prendermi e sei arrivato tu. E tu? Come mai qua?"
"Io??’ la mia storia è troppo strana. Tutto è cominciato perché mentre guidavo il mio camion, una ragazza mi ha tagliato la strada facendomi sbattere il camion sulla montagna.
"Uhm, una ragazza? Parli di Alessa??"
"Alessa? È per tutta sta storia strana che la sento nominare. Chi è Alessa". Avevamo cominciato a camminare nel frattempo parlavamo. Lei, dopo qualche minuto riprese:
"Alessa è la vittima della città. Non hai notato nulla di strano? A volte l’oscurità ingoia tutto".
"Si, l’ho notato"
"E' lei. Ha subito delle brutte torture a soli 10 anni. Adesso scatena la sua ira contro tutti buttando la città nell’oscurità, perché è stata torturata. Quello che hai visto nella strada, probabilmente è solo il suo spirito che ti ha condotto qua. Vuole vendetta"
La donna si girò verso di me e con un sorriso disse: " Ti sto mettendo paura? Vieni qua, ti faccio calmare io"
Cosi dicendo prese la mia mano e se la mise sul seno. Imbarazzato la tolsi subito.
"Angy è stato un piacere averti conosciuto, ma ora devo proprio andare"
"Andare??? Mi lasci qua???"
"Puoi venire con me, basta che non ti metti strane idee in testa, io voglio uscire al più presto da questo posto".
"Ok, allora affare fatto?"
Avevo ora una compagna di viaggio.
Mentre camminavamo per le strade deserte di Silent hill, e con quella ragazza vicino a me che sembrava mia moglie ebbi un irrefrenabile voglia di farlo. Credo che Angy lo capì perché spesso gli lanciavo alcuni sguardi. Mi disse, con un sorriso malizioso che non dovevo mettermi strane idee in testa. Il mio pensiero fu distolto quando, per le strade vidi qualcosa attraverso la nebbia. Man mano che si avvicinava capi cosa era. Era lui, il mostro con la piramide. Non aveva la spada sta volta. Mi nascosi dietro un muro per vedere meglio e dissi ad Angy di non fiatare a qualsiasi cosa abbia visto. Lo vidi con due creature. Una davanti, piegata a 90 gradi e lui dietro alla creatura. L’altra invece stava uscendo dalla sua schiena. Era orrendo. Temevo per Angy, che una vista del genere potesse sconvolgerla invece lei sembrava essere tranquilla. Era come se quasi provasse piacere a vedere quello spettacolo orrendo, al punto che mi mise la mano sulla gamba. Quando la creatura fini di fare non so cosa, lascio le due creature a terra. Erano come quelle degli appartamenti, con le braccia fuse nello stomaco, solo che entrambi erano ricoperte di qualcosa che sembrava placenta.
Mi girai verso Angy che mi fissava, c’era una strana luce nei suoi occhi. Era come se fosse eccitata nel vedere quello spettacolo. Me lo fece capire da come mi guardava. In fondo era una gran bella ragazza, quindi mi dissi perché no? Potevo rilassare un po’ i nervi e distendermi un po’. Lei capì subito le mie intenzioni, cosi girammo il muro trovammo un Night club ancora aperto. Entrammo e dopo aver perlustrato ogni angolo, Angy si avvicino a me, mi prese la mano e comincio ad accarezzarmi dicendo: "Vedi? Sono reale, sarò tua".
Cominciammo a baciarci. Un bacio lungo e intenso. Ci mettemmo in ginocchi, mentre lei si avvinghiava sempre di più a me. Misi le mie mani sul suo seno e le sentivo il sangue pulsare. La mia erezione era enorme, ma qualcosa dentro me diceva che stavo sbagliando. Era come se stessi tradendo Angela, ma una irrefrenabile voglia si stava impossessando di me e presto ci ritrovammo nudi ci ritrovammo nudi. Cominciamo l’amplesso. Ero molto eccitato e dopo una ventina di minuti ebbi un intenso orgasmo… Quando mi sono svegliato, Angy non era più accanto a me, ma aprì gli occhi e vidi una scritta davanti a me.
Sinceri con Dio, Sinceri con te stesso.
Un senso di colpa mi assalì terribilmente. Era come se avessi tradito mia moglie anche se è defunta. Cercai Angy dappertutto, ma non la trovai dentro quel locale. Mi feci un giro dentro per vedere se potevo trovare qualcosa che potessi ritenere utile. Trovai soltanto un tubo di ferro, 5 cm di diametro credo e in una estremità finiva con la punta. Lo presi con me. Uscì dal locale. Fuori era buio nuovamente. Accesi la mia piccola torcia e mi misi alla ricerca dell’ospedale. Tutte le strade che conducevano all’ospedale erano interrotte. Dovevo trovare un modo per arrivarci. Stavo camminando e pensavo a quello che era successo tra me e Angy. Mentre facevamo l’amore notai alcune cose e abitudini che aveva sempre mia moglie durante l’amplesso, come mordermi le orecchie o accarezzarmi il viso. Strane coincidenze?? La situazione diventa sempre più fitta. Chi è Angy.
Proseguivo a passi normali guardando la cartina di tanto in tanto.
"Tu!" una voce femminile mi dissolse ogni pensiero dalla mente.
"Susan"
"Vigliacco e vile traditore, sei stato tu!"
"Susan ma…"
"Pensavo che mi amassi, invece sei stata con quella donna al night club". Come cazzo faceva a sapere di me e Angy? La città è deserta è impossibile che qualcuno ci abbia visto.
"So cosa hai fatto Walter, sei stato tu e io non te lo perdonerò mai. Anche se la malattia aveva avuto la meglio… nessuno ti autorizzava."
"Susan, ma cosa…"
Era troppo tardi, se ne era andata in lacrime. È tutto così strano... Mi ha dato l’impressione di sapere qualcosa. Ero troppo catapultato in questa situazione, volevo vederci chiaro, sentivo che andando all’ospedale avrei trovato le spiegazione che cercavo, quindi mi affrettai. Lydnes Road, la strada su cui era ubicato l’ Alchemilla Hospital, era tagliata in due da un muro. Sul lato sinistro c’era una porticina con scritto:
Solo il demonio apre e chiude le porte dell’inferno.
Non mi feci intimorire ed entrai ugualmente. Avevo percorso pochi passi quando senti il mio cellulare. Mi nascosi dietro un albero.
Uno battito d’ali. Erano quegli uccelli, ma erano diversi. Ero insanguinati e ricoperti di qualcosa che li rendeva lucidi. Avevano il becco come quello di un pellicano ed erano esili, senza pelle. Facevano impressione. Erano quattro. C’era anche un cane in quelle vicinanze. Lo accerchiarono. Anche il cane era cambiato. Esile e senza pelle pure lui, ma invece della testa aveva un tubo aperto davanti. Accerchiarono la creatura e cominciarono a beccarlo, finche il cane cadde a terra. Mentre era ancora vivo, cominciarono a mangiarselo. Gli staccarono la testa e pure ancora il cane continuava a muoversi. Gli fecero uscire l’intestino e del liquido giallastro cominciò ad uscire dalla creatura. Quando finirono il banchetto volarono via.
Silenzio.
Ero sconvolto e sconcertato. Rimasi ancora un po’ li fermo. Vidi una strana nuvola che si muoveva. Non era una vera nuvola. Perché la vidi posarsi a terra.. Era lei, la bambina, Alessa. Era avvolta da un’aura bianca e i vestiti che portava erano le uniformi della scuola. Mi avvicinai:
"Tu!" La ragazzina piangeva, e il mio cuore mi si ammorbidì.
"Non.. non piangere, non voglio farti del male.." La bambina si girò verso me, allargò le braccia e disse:
"Guardami, sto bruciando"… Le fiamme la divorarono e quando si spensero la bambina era sparita.
Silenzio.
Solo il rumore degli alberi che si muovevano con il vento. Ero stanco di cercare l’ospedale. Finché, lo ritrovi d’avanti. L’Alchemilla Hospital. Funziona così qua. Se Maometto non va alla montagna, sarà la montagna ad andarci. Nel cancello principale, fu subito attaccato da tre cani, in attesa di carne fresca da mangiare. Non potevo far altro che evitarli, perché erano troppo voraci e non sarei stato veloce quanto loro nel colpirli. Quindi scappai dentro l’ospedale e chiusi subito la porta.
L’Alchemilla Hospital – prime rivelazioni
Il tempo sembrò fermarsi e mai un ospedale mi è sembrato tanto sicuro. Fuori le belve incalzavano e il mio stato d’animo era angosciante. Aveva qualcosa di somigliante l’ospedale. Non pensavo che quello fosse il luogo di tanta tristezza, ricordi, legata ad a vita gia vissuta. Ma andiamo per ordine. La hall dell’ospedale, era piuttosto pulita ed in ordine. Dentro l’odore acreo di alcool che ristagnava mi riportarono alla mente gli ultimi giorni di mia moglie. Le mura erano ben curate alla luce della mia torcia. Mi stavo avvicinando ad una porta quando sentì uno sparo. Mi girai di scatto. La porta era socchiuso. Un uomo davanti a me era seduto su una sedia. Impugnava una pistola e un enorme uccello era a terra esamine. Senza vita. L’uomo appena mi vide mi puntò addosso la pistola.
"Non spari, non sono uno di quei cosi"
"Grazie a Dio. Un altro essere umano" disse abbassando la pistola.
"Mi chiamo Walter Sullivan ho avuto un incidente col camion e mi ritrovo catapultato in questa città".
"Da qua non si esce. Sono il dottor Kaufman. Da poco trasferito in questo ospedale. Niente male come inizio, non trova?"
"Già. Cosa è successo qua?"
"Un incendio trenta anni fa. Gettò tutti nel panico. Adesso devo andare, ho cose importanti da svolgere. Fai attenzione nei corridoi. Non sai cosa s nasconde"
Uscì dalla stanza lasciandomi da solo. Era buio peso e mi feci un giro per la stanza. Capì che era la stanza delle infermiere perché c’era un lettino e nella vetrina infondo c’era una vetrinetta con alcuni farmaci. Mi curai le ferite e mi misi sul lettino per aggiornare gli eventi e fare il punto della situazione.
Credo di essermi addormentato perché nono ricordo molto. Mi sono ritrovato disteso nel lettino dell’ospedale. Era ancora buio quindi forse non ho dormito per molto tempo. perlustrai tutto il piano ma non trovai nulla. L’ascensore era fermo, non c’era corrente nell’edificio, quindi cercai in tutte le stanze, qualcosa che potessero ridare energia elettrica. La trovai nella porta infondo a destra. Erano i seminterrati dell’ospedale. Entrai e il grandissimo generatore di energie era spento. Lo accesi e ritornai sui miei passi. Sentì come l’accendersi di qualcosa nei piani superiori. L’edificio avevo preso forma e colore. Tutto sembrava riavere vita. Presi l’ascensore e salì al piano superiore, al primo piano, perché tutte le porte piano terra erano bloccate. Uscì dall’ascensore e vidi davanti a me una sala d’attesa. La porta però che dava sui corridori era bloccata. Altro non potevo che andare al secon do piano. Risalì sull’ascensore e schiaccia il secondo pulsante. Stessa storia. Stessa sala d’attesa, stessa porta bloccata, proviamo col terzo piano.
Stessa cosa. Stavo cominciando a perdere le speranza. Mi sa che qui avevo fatto un buco nell’acqua e non capivo perché quella donna mi aveva indicato questo posto. Ripresi l’ascensore ed ebbi una strana sorpresa. Era spuntato il quarto piano. Col cuore tremante perché un senso di angoscia preso possesso di me, ho premuto il quarto piano. Qualcosa stava cambiando. Presentimento azzeccato. Si aprirono le porte dell’ascensore. Le pareti erano logore, arrugginite, malandato e abbandonato. Barelle e sedie a rotelle erano sparse per i corridori. L’edificio aveva preso un altro aspetto. Le mura erano sporche di sangue e nel buio era difficile individuare i punti del pavimento in cui era crollato. L’aria si fece irrespirabile e tutto aveva preso un aspetto come bruciato. Grazie a Dio la mia piccola torcia ancora regge. Ormai ero qua, non potevo far altro che vedere cosa c’erano in quelle stanze. Apri la porta a due ante che c’era nella sala d’attesa e dava nei corridori del quarto piano. Dentro era tutto marcio, logoro e ammuffito. Per non parlare della desolazione. Il silenzio regnava sovrano. Aprì la porta alla mia destra non c’era nulla dentro. Solo una lettiga. Entrai nell’anticamera e li trovi una videoregistratore e una tv. Pensai alla videocassetta che avevo trovato e che avevo trovato alla scuola. Mostravano le immagini di una donna seduta con il volto coperto dalle mani e una voce diceva:
La bambina è il……………………….avolo……
Dobbiamo ………fic…….. la febbre ……….. abbassa. Noi…………. sta male………... sta deformando. Lei è il ……………………volo……………….
La TV e il registratore si spensero da soli e io senti un boato provenire dai corridori. Come se qualcuno avesse sbattuto contro qualcosa. Pensai al dottor kaufman, uscì dalla stanza ma non vidi nulla. Sentivo però, in lontananza, dei singhiozzi. Mi avvicinavo sempre di più mentre i singhiozzi diventavano più forti, finché mi accorsi da dove provenivano. Erano quelli di una donna, accasciata in un angolo più lontano del corridoio.
"Signorina, senta, non le farò del male. Volevo solo……"
La donna si girò. Era orrenda. Una creatura di quelle. La testa era squartata, non aveva pelle, solo uno sguardo mutilato. Vidi che aveva il bisturi in mano. La donna si alzò. Dai vestiti mi accorsi che era una infermiera, ma non aveva intenzioni amichevoli. Avanzava verso di me ondulando la testa. Era orribile. Era un ammasso di carne ustionato. Stava china sulla sua schiena ed emetteva orrendi suoni. Come sospiri di stanchezza. Indietreggiai di qualche passo, ma non poté andare troppo lontano. Dietro di me c’erano anche i dottori oltre alle infermiere. Li distinguevo dai loro costumi. Qualcosa di cosi angoscioso. Ovunque mi giravano queste persone impazzite… Riuscì a scappare e ad infilarmi nella stanza 35 b, la stanza di rianimazione. Vidi una figura nascosta sotto il lettino. Appena mi vide, si alzò e venne verso di me e mi abbracciò.
"Grazie a Dio, ci sono ancora essere umani".
"Cosa ci fa qua una ragazza come te?"
"Mi chiamo Lisa Garland, lavoro in questo ospedale, è successo qualcosa la fuori e mi hanno detto di starmene qua, e sono rimasta solo per non so quanto tempo e tu? Cosa ci fai qua?"
Mi è sembrato strano ripetere continuamente le stesse cose. Gli ho spiegato come tutto questo era cominciato.
"Ad ogni modo, ormai ci sono dentro e devo capire come uscirne".
"Non ne puoi uscire. Hai fatto qualcosa di male?"
Molti flash attraversarono la mia mente, non facendomi risalire qualcosa, ma ho distolto subito il pensiero da qualsiasi pensiero nel vedere la scollatura dell’infermiera. Era bionda, sui 25 anni, portava un grembiule e una giacca di colore rosso. Molto bella in viso, occhi grandi labbra carnose. Ebbi un irrefrenabile voglia di farla mia, ma vidi i suoi occhi impauriti e non volli approfittarmene.
"Lisa, hai per caso visto una bambina andare in giro per le strade? Capelli lunghi neri?"
"Una bambina? Si è stata portata qua tempo fa una bambina del genere. È stata vittima di un incendio. Aveva gravissime ustioni".
"Come è successo".
"Non lo so. Si dice che persone in preda ad un culto hanno appiccato il fuoco per liberarci dal male."
"Ad ogni modo, tu sei di qua vero? Sai dirmi cosa succede in questo posto e chi è Dalia Gillhespie"
"Oh! La vecchia pazza signora Gillhespie. Non darle retta a quella. Si dice che sua figlia, quando è nata, era destinata ad un crudele destino. Man mano che cresceva, la bambina cominciò a prendere strane forme. Era solo malata ma la gente cominciò a dirle che era figlia del demonio, visto che Dalia ha voluto tenere nascoste la vera identità del padre"
"E quindi cosa successe?"
"La bruciarono viva. Per questo Dalia uscì di sennò e diventò pazza"
"Chi la bruciò?"
"Purtroppo non so altro. Sei ferito, non so nemmeno il suo nome, lasci che sia io a curarla"
"Mi chiamo Walter e lei è troppo gentile".
"Il primo compito di una infermiera è quella di proteggere e curare il prossimo."
Cosi dicendo mi fece un grande sorriso e si mise a pulire la piccola ferita che mi feci ad un braccio. Parlammo a lungo io e Lisa. Era una ragazza piuttosto timida e riservata. Dopo un lungo periodo uscii assicurandomi che Lisa fosse al sicuro in quella stanza cominciai a perlustrare le altre stanze dell’ospedale. Tutto l’edificio era infestato da quelle orrende creature. Sono stanco di questa situazione, vorrei urlare, ma a cosa sarebbe servito se non ad attirare l’attenzione di quei mostri? Era tutto così ripugnate. Le mura di quell’edificio. Come se questo famoso incendio fosse successo li. Non c’era nulla di interessante nelle altre camera, non che nella stanza 35 C. una strana stanza. Piccola e stretta. Infondo c’era un altare. Pensai subito che fosse la cappella dell’ospedale, ma più mi avvicinavo e più qualcosa diventava strano. Non c’erano santi appesi e non c’era un tabernacolo. Solo un libro al centro, "DOMUS STREGOICA" . nei laterali appesi vi erano due quadri raffiguranti donne al rogo.
Che strana chiesa. Forse è "l’altra chiesa" di cui parlava quella donna quando l’ho incontrata? Presi quel libro e lessi qualche pagina:
…e vidi i peccatori risalire dall’abisso dell’inferno, e non ci fu pace per loro.
...e vidi gli inferi proseguire lungo il cammino della salvezza, ma anche essi precipitarono nell’oblio.
Colui che non fa il suo volere cadrà per sempre nell’abisso della corruzione e grande sarà la sua rovina.
Richiusi quel libro e lo riposi sull’altare. Ma successe una cosa strana. Mentre stavo uscendo il grande calice sull’altare si accese, bruciando tutto. Uscì subito perché sentivo che qualcosa di orrendo stava accadendo in quei luoghi. Ripresi le scale e riscesi. Entrai nell’ennesimo corridoio . Altre porte. Mi infilai nella prima. C’era un cabinet e delle strane strisce a terra. Capì che il mobile poteva essere spostato e lo spostai. Fu in quel momento che sentì aprire la porta.
"Angela.. Oh! Angy, sei tu" Lei fece una strana espressione.
"Ad ogni modo sono….."
"AD OGNI MODO? Walter sai cosa ho passato per venire qua? Non sembri contento di vedermi. Tu è quella tua moglie morta…"
Mi fece quasi paura, era in preda al delirio e spaventata e urlava come una matta. Improvvisamente il tono si fece più calmo e con aria supplichevole mi disse:
"Oh! Walter, proteggimi ti prego, ho paura".
"Perché te ne sei andata dopo essere stati assieme"
"Dopo aver fatto l’amore Walter, avevo sentito qualcosa. Sono uscito fuori e c’erano una donna che mi guarda fissa. Era violacea in faccia come se fosse strozzata e teneva per mano una bambina. La bambina cominciò a puntarmi col dito e se ne stavano li fisse a guardarmi. La donna cominciò a piangere di botto emettendo strani grida stridule. Io mi chiusi gli occhi e quando li riaprì mi sono ritrovata in un altro luogo. Ho girato a vuoto e da sola. E adesso ti ho trovato ma tu…."
"Ti prego di scusarmi Angy. Ti proteggerò d’ora in poi".
Mi fece tenerezza. Scommetto che la donna di cui parlava fosse Susan, ma quando l’ho vista io non aveva nessuna bambina. Ad ogni modo ero di nuovo in sua compagnia. Girammo a lungo nei corridori di quell’ospedale. Non c’era nulla di importante. Ad improvviso Angy mi chiese di fermarci perché era stanca e l’accompagnai in una stanza e dopo essermi reso conto che era sicura la feci distendere sul lettino. Lei prese una boccettina dalla tasca e prese una pillola che ingoiò. Si distese sul lettino e mi chiese se mi mettevo vicino a lei. Dissi di no. Non volevo che andasse a finire di nuovo con fare sesso e poi di sentirmi terribilmente in colpa. La lasciai riposare tranquilla e io uscì dalla stanza alla ricerca di non so cosa. Giravo a vuoto su e giù per i piani dell’ospedale. Senza luce in questo fitto mistero, attaccato da quelle orrende infermiere. Che piangono ma che ti attaccano. Nel corridoio del quarto piano assistetti ad una disgustosa scena. Era lui testa piramide. Era chino. Mangiava una infermiera mentre un nuova infermiera, ricoperta di una specie di placenta stava uscendo dal suo sedere. Mentre mangiava urlava, potevo immaginare il dolore nel partorire quelle cose dall’ano. Una puzza come di vomito e muffa ristagnava ovunque. Mille corpi morti erano sul pavimento e l’infermiera uscita strisciava sul pavimento. Ero sconvolto e sconcertato.
Non ne potevo più di questo posto, cosi decisi di uscire. Passai dalla stanza per riprendere Angy ed uscire immediatamente. Mentre stavamo passando per i corridori sentì dei passi. Era lui. La testa piramide. Ci inseguiva e ci veniva dietro. Correvamo lungo il corridoio che sembrava non finire. Alla fine un ascensore che si stava per chiudere, io ce la feci a passare appena in tempo ma Angy…. Un urlo acuto e pieno di dolore. Angy… Vidi la sua mano, che tentava disperatamente di aprire le porte dell’ascensore, cadere e scivolare giu. Restai impietrito. Immobile. Non mi ero accorto che l’ascensore era ripartito e mi riportò all’ingresso principale… stavo uscendo dall’ospedale in lacrime disperato. Quando vidi una porta aprirsi. Entrai. Nella stanza dei bambini restai scioccato. Vidi una foto. Alessa Gillespie. Era il ritratto di mia figlia…
Tutto era messo a soqquadro. Libri aperti, fiale rotte e bottiglie sparse dappertutto. Ce ne era una di un colore particolare. Era grigia, mi chiedevo a cosa servisse e ne presi un po’. Lo avrei gettato su uno di quei mostri per vedere la reazione che aveva. Lo misi in una bottiglia. Stavo per uscire dall’ospedale, ma mi ricordai di Lisa. Risali al piano dove l’avevo lasciata per vedere se stava bene.
"Lisa, tutto bene?"
"Si, io sto bene. Tu piuttosto come stai?"
"Alessa Gillhespie, è stata portata qua? Dopo la notte dell’incendio?"
"Noi non parliamo mai di lei. Comunque si, è stata portata qua. Perché ti interessa?"
"Cosa sai su questa bambina"
"Nulla. Io……..." Mi è sembrata impaurita da qualcosa.
Non volevo raccontargli nulla di tutto quello che ho vissuto perché non volevo sconvolgerla di più, mi sono solo limitato a dire che ne avevo visto di tutti i colori e che quel posto non è al sicuro. Gli chiesi se volesse venire con me, ma lei decise di restare. Diceva che aveva una missione da svolgere se qualcuno avesse bisogno d’aiuto. Non riuscendo a convincerla l’unica cosa da fare era quella di andarmene. Mi sono fissato che, come prima cosa devo cercare Dalia, per farmi fare un po’ di luce su questa storia. Ma non sapevo dove cominciare a cercarla. L’ultima volta era nella chiesa. Ma non ci volle molto per trovarla….
Dlin dlon:
il signor Walter Sullivan è atteso nella hall dell’ospedale. Si prega di recarsi immediatamente al piano inferiore.
Che cosa? Come è possibile che in un edificio abbandonato, logoro e marcio come questo, qualcuno mi cercava? Fin’ora non ho visto nient’altro che mostri. È mai possibile??? Comunque sia non mi restava atro che andare a vedere chi era cosi desideroso di vedermi. Allora mi recai all’ascensore più vicino e scesi nella hall. Era lei…Dalia Gillhespie.
"Dalia, è arrivato il momento di sapere la verità"
"La verità?"
"Chi era Alessa Gillhespie?"
"Avevano ragione su tutto. Lei è il diavolo"
"Lei chi?"
"Lei, Alessa, mia figlia, noi l’abbiamo purificata, ma il male in persona non si può purificare".
"Spiegati meglio".
"Non c’e nulla da spiegare, c’è un’altra chiesa dietro l’antico negozio di antiquario. Perché non vai a vedere li?"
"E lì trovo le risposte?"
Ella non rispose. Se ne andò senza dire nulla. Invano furono i miei tentativi di chiamarla. Non dovevo fare altro che andare in questo edificio. Presi l’elenco telefonico, cercai l’indirizzo e andai li.
Uscii finalmente fuori l’ospedale.
In giro per Silent Hill
Silent Hill era ancora sotto l’effetto dell’altra dimensione. È la prima volta che vedo questo posto dentro la dimensione malefica. Non c’erano più strade, solo rete metalliche. La cenere è diventata pioggia acida. Odore di bruciato ristagnava ovunque. Era buio pesto e tutto sembra rossastro, forse perché era tutto logoro e marcio. Da quello che ho capito, qualcuno ha buttato questa cittadina nelle tenebre per questo terribile omicidio che hanno commesso anni prima, l’uccisione di Alessa. Ma non capisco perché mi c’ha trascinato pure a me in questa storia. Mi facevo questi interrogativi e camminavo, quando trovai una lettera a terra:
Nei miei sogni tormentati, rivedo noi e la bambina.
Da quando è con noi ho vissuto come in una favola. Eravamo il ritratto della famiglia perfetta.
Ma quella felicità non era destinata a continuare, specialmente da quando mi dissero che ho preso una brutta forma di meningite. Anche la bambina ne è affetta.
Io me ne sarò andata ma prenditi cura della piccola. Lei potrà salvarci tutti.
Sempre tua
Angela
Angela??? Angela??? Una lettera scritta da Angela??? Come poteva essere vero? Ero scioccato e incredulo. Sono vittima di qualche scherzo. Fatto sta che avevo intenzione di capirci fino infondo. Ad ogni modo sentivo che andando in quel antico negozio avrei trovato qualcosa di utile ed interessante. Mi affrettati per andarci subito. Guardai la cartina. Si trovava dall’altro lato di Toluca Street, una bella camminata a piedi.
Adesso le strade erano popolate da diverse creature. Oltre agli uccelli deformi e ai cani squartati si erano aggiunte anche le infermiere sataniche. Si mangiavano tra di loro, si accoppiavano tra di loro. Le strade, anzi le reti metalliche su cui camminavano erano piene di vomito e altre sostanza viscide e la puzza che emanavano non era normale. Ma si sono aggiunte una nuova specie: dietro un cespuglio vidi un’ombra. Era china su qualcosa. A primo impatto mi sembrò un essere umano che stava cercando qualcosa. Mi avvicinai lentamente. Era una nuova creatura, più grande rispetto alle altre. Era curva su se stessa e poggiava il suo peso sulle mani. Camminava a gattoni e spesso saltava. In viso era terribilmente mutilato ed emetteva orrendi rumori e lamenti. Non appena mi vide che mi stavo avvicinando mi saltò addosso facendomi sbattere violentemente la testa a terra e cominciò ad odorarmi. Era li, un ammasso di carne su di me che stava per approdare i suoi denti nella mia faccia quando senti un forte sparo. La creatura si accasciò su di me che con una forte spinta di orrore e di disgusto lo scaraventai sul ciglio della strada. Era lei e non ero mai stato cosi felice di vederla:
"Cybil, sei viva? Oh grazie a Dio, avevo temuto il peggio…."
"Hey calmati, sono viva e sto bene"
"Cybil mi è capitato di tutto. Dove sei stata?"
"Ho provato a cercare aiuto e rinforzi, ma questo posto sembra fuori dal mondo, chi ci passa non ci vede".
"Non c’è più speranza allora?"
"Non lo so. Sono perplessa.."
"Cybil, hai notato che qualcosa qua non va? A volte tutto cambia, non capisco più se è realtà o frutto della mia immaginazione….
"Walter, cosa vai farneticando"
Ma come è possibile? Lei non sapeva nulla.
"Cybil, hai visto pure tu queste creature giusto?"
"Si certo e non so come spiegarmelo"
"E non hai notato due dimensioni?"
"No non riesco a seguirti"
Penso di essere uscito di senno. È possibile tutto frutto della mia immaginazione?
"Non importa – dissi – ad ogni modo devo cercare l’antico negozio. Una signora, Dalia, mi ha detto che li forse potrei capire qualcosa".
"Ok Walter, vieni ti accompagno".
Ci avviamo insieme per la strada dell’antico negozio. Siamo arrivati circa mezz’ora dopo. Eravamo bagnati fradici a causa della pioggia che ci cadeva addosso. Odore di ruggine e di marcio ristagnavano dentro quel negozio. Dentro sembrava tutto cosi normale, fin troppo, infatti mi sono reso contro che l’altra dimenzione non lo aveva toccato. Era perfettamente pulito e in ordine. Feci un giro per il negozio, non trovai nulla di interessante, quando mi accorsi che sul mobile della parete di fronte, c’erano segnali a terra, come se il mobile fosse stato spostato. Provai a spostarlo. Come supponevo. C’era un buco. Mi ci infilai…
Il ritorno all’ospedale.
Mi sono risvegliato più tardi di nuovo nella sala dove avevo lasciato Lisa. Aprì gli occhi lentamente. Mi girai attorno. Ero ancora sotto l’effetto dell’altra dimensione. Non ci sto capendo nulla… cosa è vero e cosa è reale?
"Walter"
Sentimmo aprire la porta e ci girammo entrambi istintivamente verso la porta. Era Dalia.
"Ci ho parlato"
"Dalia, con chi ha parlato"
"Con lei, vuole risvegliare la Collera"
"Dalia, ma cosa vai farneticando"
"Non hai visto nessun simbolo strano durante il tuo percorso?"
"Come quello che vidi alla scuola?"
"Si…Si….Si, quello è la collera. Devi fermarlo Walter. Tu puoi. Cosa hai visto nell’antico negozio?".
Non ci sto capendo nulla… cosa è vero e cosa è reale? Ero realmente mai entrato in quel negozio?
Ho visto un altro altare, come quello di una chiesa. Qualcosa però mi bloccava li e mi sono sentito la testa pesante e fuochi bianchi mi divoravano. E mi sono risvegliato qua.
"Io? Cosa posso fare?"
"Si Sta spostando. Lei si sta spostando. Clown, musica e gelatai. Ruote panoramiche e tante risate, ricoperte di tristezza".
"Dalia, cosa vuoi dire"
Uscì dalla stanza, lasciando me e Lisa da soli ma presto mi resi conto che ero solo. Anche Lisa era sparita. Tutte le porte dell’ospedale erano bloccate. Potevo solo uscire. Ero cosi felice di sapere che l’unica via era l’uscita dell’ospedale. Ma era meglio che restavo dentro. Infatti fuori non cera niente. Solo una rete metallica collegata con l’edificio di fronte l’ospedale. Era una piccola abitazione con un terrazzo e una scala esterna. Potevo solo salire per dare un’occhiata al panorama. Ma una volta la sopra…. Sentì uno sbattere d’ali. Capì che non erano gli uccelli…erano come milioni di insetti. Era un ronzare. Per mia fortuna gli insetti non erano milioni. Era solo uno, ma gigantesco.
Una falena della notte, grande farfalla notturna. Girava intorno all’abitazione, cercando di urtarmi con la sua coda. Di tanto in tanto mi sputava il suo acido. Ero impietrito. Tremavo, ma dovevo farmi coraggio se volevo sopravvivere. Presi il piccone e cominciai a colpirlo nella coda. La cosa si allontanò… ma mentre stavo scendendo le scale si presentò di nuovo. Era diversa. Spellata. Come tutte le creature viste fino ad ora. Bruciata. Era più aggressiva e mi si appioppava addosso. emanava un odore di muffa e ristagno. Era pelosa e le sue zampe me le sentivo addosso. era terribile. Dopo il piccone passai alla pistola. Stavo finendo le munizioni e non potevo fare atro che usare la carabina. Tre colpi. Uno alla coda e due al petto. L’avevo stonata. Adesso non volava più in circolo, ma andava sbattendo sui muri degli edifici vicini.
E fu qui che mi venne il dubbio: se non c’erano strade, come erano ubicate questi edifici? Il nervosismo che avevo era alle stelle. Ne avevo abbastanza. Dopo aver sbattuto a destra e sinistra, la cosa cadde a terra. Di nuovo quello strano suono nella mia mente.
Silent hill – dimensione normale
Quando mi sono svegliato tutto era tornato normale. Le strade erano strade, le case perfettamente costruite e la luce del giorno, da quanto tempo non la vedevo. Mi tornò magari il sorriso. Basta, era il momento di dire basta me ne vado da qua. Troppe volte ho rischiato di uscire di senno, se già non l’ho fatto, e troppe volte ho rischiato la pelle. Volevo ritornare verso il camion, ma purtroppo, non sono riuscito più ad orientarmi. Che fare? Dove andare? Feci un giro tra le vie e le campagne. Nulla. Solo morte e desolazione. Ho notato che ho visto molte creature morte rispetto all’inizio. Cybil sta facendo un buon lavoro vedo. Dopo moltissimi giri a vuoto. Sono riuscito ad arrivare nuovamente all’Annie’s Bar. Non ero mai stato cosi felice. Sentivo la fine di tutto vicino. Girai ancora un po’ e finalmente l’uscita di questo posto orrendo.. Posso benissimo dire che è la fine. Mi sentivo felice, ma ero inquieto. Troppo facile. Ho passato le pene dell’inferno fino ad ora e adesso che sono ad un passo dalla fine, mi sento nervoso. Troppo strano. Subito alla mente mi vennero Angy, Lisa, Susan e Dalia, ma non me ne fregava nulla. Volevo uscire assolutamente da quel posto. Intrapresi la strada per la periferia, riattraversai il cimitero, ed ero sulla strada del ritorno al mio camion.
Cazzo! Il cancello del cimitero è chiuso… è bloccato, non riesco a scavalcarlo. Oh! Mio Dio. Sono costretto a stare ancora qua. Ancora a SILENT HILL. Stavo uscendo di senno. Ho buttato una voce di disperazione. Mi girai e lessi su una lapide:
Non puoi fuggire dal tuo passato. Lo stai rifacendo. Non ti rendi conto delle persone che hai al tuo fianco. Li abbandoni… come hai gia fatto.
Cosa voleva dire quella scritta? Non potevo fare altro che tornare indietro. Non avevo altra scelta. Triste e desolato tornai indietro. Sulla via del ritorno incontrai Susan.
"Volevi andartene lasciandomi qua vero? È così?"
"Susan io…."
"Stai zitto mi fai schifo, sei spregevole. Mi hai lasciata da sola nell’oscurità la prima volta e lo stai rifacendo"
Susan cominciava a darmi su i nervi, chi cazzo era per parlarmi così?
"Adesso basta Susan, dimmi cosa vuoi da me"
"Cosa voglio…io…"
Mi sono risvegliato dentro un locale. Tutto era tornato nell’altra dimenzione. Buio e tutto marcio, bruciato. Ero coricato su una grata. Quell’atmosfera di rossore. Piove. Sentivo la pioggia sul capannone battere. Aprì gli occhi e vidi Dalia.
"Clown, musica e gelatai. Ruote panoramiche e tante risate ricoperte di tristezza"
"Dalia non capisco"
"La tua amica, la poliziotta ti sta aspettando".
Uscì dalla stanza lasciandomi da solo a terra. Mi alzai e vidi un manifesto appeso in quel locale: SILENT HILL LUNA PARK. Ecco cosa voleva dire con clown, musica e gelatai.. il luna park era la mia prossima metà. Nella stanza dove mi trovavo c’erano mille corpi appesi dentro gabbie. Mi girai attorno. Accesi la piccola torcia e feci un giro per la stanza. Ero nell’antico negozio, però nell’altra dimensione. Perché? Perché tutto questo a me. Salì la ripida scala che conduceva all’uscita del negozio e mi misi in cammino alla ricerca del luna park. Per strada, creature si accoppiavano tra di loro. Creature che vomitavano. Creature che partorivano. Ero disgustato e schifato da quel posto. Strade interrotte e rete metalliche che sbucavano dal nulla. Mentre camminavo con la luce spenta, per non attirare l’attenzione di quelle creature, vidi qualcosa nel cielo. Era come se stesse bruciano. Un fuoco sospeso a mezz’aria. Mi sono girato di scatto, perché ero stato accerchiato da due creature con le braccia fuse nello stomaco. Uno di loro mi schizzò col suo acido sul gilet imbottito, facendolo squagliare. Me lo tolsi subito, prima che quella cosa toccasse la mia pelle. Presi il piccone e continuai a colpirli finche non caddero a terra con un tonfo sordo. Correvo e scappavo da queste cose che mi inseguivano.
Sull’incrocio tra Franky Street e Toluca Road, c’era lui: la testa Piramide.. camminava strisciando la spada. C’era una di quelle creature curvate che stava mangiando un cane. Lo prese per il collo, l’alzo ad altezza quanto era il suo braccio, lasciò cadere la spada e con la mano gli strappò via, come se fosse un vestito, uno strato di carne, lasciandolo in una pozza di sangue. Poi riprese la spada, e quel che è rimasto di quella cosa per una gamba, trascinandoseli non so dove.
Perché tutto questo.
Dovevo proseguire per il parco e dopo aver fatto un paio di giri a vuoto lo trovai.
Il luna park
All’entrata un brivido mi percorse sulla schiena. Era terribile vedere quel luna park, posto dove tutte le persone vanno per divertirsi, mettere angoscia e tanta tristezza. Che cazzo ci sono venuto a fare? Cosa devo cercare?
Il parco era infestato da quei bambini demoniaci che c’erano alla scuola. Con tagliacarte cercavano di tagliarmi. Chi mi si buttava ai piedi tenendomi fermo e chi mi colpiva. Non avevo il cuore di ucciderli. Non c riuscivo. Mi sentivo paralizzato. Quindi non potevo fare altro che scappare. Giravo a vuoto nel parco mentre angoscia e tensione crescevano. La ruota panoramica era ancora funzionante e la musichetta che mandava, circondato da oscurità e marcitudine, dava un’angoscia atroce. Quasi da spaccarmi il cuore. Creature sulle giostre, giravano.
Un uccello che voleva da quelle parti, fu preso al volo da uno di quelli che stava curvato. L’uccello era basso, come se stesse cercando la preda. Con un balzo fu preso e scaraventato a terra, venendo sbranato. Giravo ancora a vuoto e su le reti metalliche, perché le strade erano diventato lingue fatto solo di reti, e qualcosa attrasse la mia attenzione. La giostra con i cavalli. C’era qualcuno li, seduto su una sedia a rotelle. Accesi la mia piccola torcia e mi avvicinai lentamente. Sembrava un essere umano. Vedevo la sagoma. Era seduta con le braccia e la testa piegate all’indietro, che penzolavano dallo schienale della sedie a rotelle. Non era proprio seduta, ma come scivolata in avanti. Le gambe erano una dritta e l’altra piegata. Si muoveva, perché respirava. Mi avvicinavo sempre di più finché mi sono fermato. Infatti ella alzo la testa, si fece forza sulle braccia e si tirò in piedi. Era Cybil.
"Cybil…"
Lei non rispose. Avanzava verso di me come se fosse stanca. Mi avvicinai io e l’abbracciai. Lei non sembrava ne felice ne triste di vedermi, infatti appena la guardai in faccia, capì che c’era qualcosa che non andava. Aveva gli occhi iniettati di sangue e la pupilla rossa. Mi diede un forte schiaffo che mi fece stonare.
"Cybil ma cosa….."
Prese la sua pistola e la puntò verso di me. Mi alzai di botto e comincia a correre in circolo per la giostra che nel frattempo si era accesa e aveva cominciato a girare.
Cybil non sembrava nemmeno lei. Quando ero vicino a lei, mi schiaffeggiava e aveva le mani pesanti come quelle di un uomo. Mi puntava la pistola e mi sparava. Fortunatamente sono riuscito sempre a schivarla. Di tanto in tanto la giostra si fermava e lei sembrava cercarmi nell’oscurità per farmi fuori. Avevo davvero paura. Ma non mi scoraggiai. Non volevo ucciderla o farle del male, cercavo un diversivo per renderla offensiva e pensai. a quel liquido che raccolsi nell’ospedale e gliela lancia addosso. Lei cadde a terra, emettendo strazianti urla. Dalla sua schiena uscì una piccola creatura, che comincio a strisciare. Non esitai un solo istante e la schiacciai con i piedi.
"Cybil"
Era tornata lucida, ma debolissima, riusciva a malapena a muovere la bocca per parlare. L’abbraccia e gli dissi che deve solo rimettersi dal colpo cha ha subito e deve riposare. Non avevo idea di quello che sarebbe successo. L’alzai la feci risedere nella sedie a rotelle dove ere seduta prima e pensai che dei zuccheri potessero fargli solo del bene. Quindi scesi dalla giostra, svoltai l’angolo per il chiosco del gelataio e ne riempi una piccola coppa per portarla a Cybil. Ma quando sono arrivati mi cadde il gelato dalle mani. Sulla sedie a rotelle c’era Cybil seduta con le gambe aperte, era nuda e la piramide testa tra le sue gambe. Non so cosa stava facendo, ma vedevo Cybil, debole e provata com’era, non muovere un dito e lasciarsi subire quelle cose da quel mostro. Quando il mostro termino la sua opera, usci da Cybil quell’enorme e lungo tubo che aveva infilato nel ragazzo negli appartamenti, prese la sua spada e se ne andò lasciandola seduta sulla sedia a rotelle. Le gambe aperte, la vagina larghissima al punto da poterci infilare tutte e due le mie braccia, in un mare di sangue che usciva ancora a grande fruscio. Io corsi a soccorrerla, ma era troppo tardi.
"E’ la fine Walter."
"No Cybil, no"
"Chi vuoi prendere in giro Walter, non vedi come mi ha lasciata? Sono incinta Walter"
Guardai la pancia che comincio a gonfiarsi lentamente ma a vista d’occhio. Finche dalla vagina di Cybil uscirono tre creature. Tre bambini demoniaci, come quelli che vidi alla scuola. Erano ancora ricoperti di placenta e restarono a terra per qualche secondo prima di rialzarsi. Cybil aveva ormai esalato l’ultimo respiro ed era rimasta seduta sulla sedia, semi scivolata, con le braccia piegate in dietro, la testa che penzolava alla sinistra e la vagina aperta.
Guardai le creature che uccisi subito piantandogli il piccone in testa e uscì da quella giostra. Terribilmente angosciato me ne andai per la mia strada, senza sapere cosa dovevo fare o dove andare. Mentre camminavo sentì qualcuno chiamarmi.
"Walter.."
Mi girai, era Cybil. Lei era lì immobile davanti a me. Si avvicinava e io indietreggiavo. Come era possibile che dopo quello che ha subito fosse ancora viva? Camminava verso di me e mi parlava.
"Walter non avere paura io sono qui per te"
Mentre camminava però, comincio a perdere prima i capelli, poi la pelle, rimanendo un pezzo di carne con la fisionomia di Cybil. Gli caddero gli occhi e la bocca gli si chiuse, lasciando nulla sul viso. Il tono era mutato, da quello femminile di Cybil era diventato come un lamento. Camminava e si lamentava, le braccia gli si fusero nello stomaco. Eccome come nascevano quelle creature. Camminava verso di me. Non potevo fare altro che ucciderla. Presi il fucile e lanciai due colpi alla testa. Ella cadde a terra e comincio ad urlare e con le gambe si spingeva in avanti strisciando sul suo ventre. La lasciai in quello stato, perché non avevo il coraggio di finirla. E me ne andai, sconsolato e triste più che mai. Che ne sarà di me. Più volte, trovandomi in questo posto ho pensato di suicidarmi e farla finita, ma quando sto per farlo, qualcosa distoglie la mia mente dandomi come nuova speranza. Ma adesso ero più triste e angosciato che mai. Troppe persone cadere davanti hai miei occhi. Devo liberarmi di questo mostro. La testa a forma di piramide. Non so chi cazzo sia o che cazzo vuole. Ma saperlo in giro mi dava su i nervi. Non sapevo da dove cominciare a cercarlo.
Di nuovo quel tremendo fischi o alle orecchie….
Quando riaprì gli occhi, tutto era tornato normale, il luna park era scomparso, lasciando una immensa campagna vuota e desolata. Il cielo grigio, l’aria ferma, cenere che cadeva, tutto era tornato come prima. Silent Hill che vidi all’inizio. Avevo paura di aver perso il senno. In una strana situazione come questa, dove non si capisce più cosa è reale e cosa no, rischi davvero la pazzia. Dove andare? Cosa fare ora? Ho davvero la sensazione che ormai qui siamo solo io, Dalia, Lisa e Susan. Il dottor Kaufman, che fine ha fatto? L’ho davvero incontrato la prima volta all’ospedale? Avevo fame, erano ormai da giorni che non toccavo cibo e mi sentivo le forze venire meno. Chissà da quanto tempo sono bloccato qua. Sono sicuro che tutto è un incubo. Non è possibile tutto quello che accade qua. Eppure in un mondo scettico come il nostro, nessuno crederebbe mai. Avevo mille pensieri, mille dubbi su tutto. Quando, camminando a zonzo, non mi sono accorto che si fece buio, ma non erano le solite tenebre. Era sera.
Il motel
L’ingresso diceva: ENTRATE E RIPOSATEVI NEL NOSTRO PARADISO, ma stando a quello che ho vissuto fino ad ora, non credo che l’inferno sia più pauroso, ma ero stanco ed affamato, quindi pensai che infondo un po’ di ristoro mi ci voleva. D’altronde anche io sono un essere umano in mezzo a creature della notte. Entrai nel motel di SILENT HILL e mi misi sul divano. Chiusi un po’ gli occhi.
Ragazzina……… dove vai….. hum aspetta….
Non entrare……. Chi sei
Io so…o …………..
Hmmm……hmmm
Ebbi come una visione. Una ragazzina che camminava e si stava infilando in una porta. Quando riapri gli occhi era tornata la luce. Feci un giro nel motel alla ricerca di qualcosa da mangiare. Aprì il frigo e trovai alcune lattine di birra e del formaggio. Mi accertai che fosse commestibile e lo mangiai. Mi sentivo un po’ più in forza. Certo birra e formaggio non è il massimo, ma meglio di niente. Senti aprire la porta del motel.
"Sei qui?"
"Kaufman"
"Lieto di rivederti, mi sorprende vedere che sei ancora vivo"
"Mi sorprendo pure io. Quelle creature cercano di farmi la festa"
"Sei un tipo resistente"
"Raccontami di questo posto"
"Cosa vuoi sapere?"
"Tutto"
"C’è stato un incidente anni fa. Alcuni fanatici bruciarono viva una bambina perché credevano fosse il demonio. Si dice che fu la madre stessa. Gli lavarono il cervello. Molti di loro scomparvero nel nulla. Non si seppe nulla di sua madre. Vede Walter, nel mondo esistono due giustizie. C’è la giustizia di Dio e dell’uomo, e c’è quella del demonio. A volte per scelte o per altro si segue quella sbagliata. Ora non fare altre domande e riposa."
Aveva qualcosa che non mi piaceva Kaufman, ma seguì il suo consiglio e mi distesi sul divano un altro po’. Fui svegliato dal rumore battente della pioggia che cadeva sul tetto di legno del motel. Pensai che forse sarebbe stato il caso di fare delle provviste. Aprì il frigo e presi tutto quello che trovai. Poi aprì la piccola cassa forte in basso al bancone. C’erano dei pacchi. Ne presi uno e lo aprì. Dentro c’era polvere. Era droga, come riportato nell’etichetta. La gettai subito e mi pulì le mani. Uscì fuori. Era buio, ma tutto normale. Pioveva e fortunatamente la mia torcia ancora regge. Mi guardai attorno. Tutto era silenzioso. Non sapevo dove andare o cosa fare, finché a pochi isolati da me vidi una bambina. Era Alessa e più mi avvicinavo più sentivo la sua voce. Piangeva. Ma sparì poco dopo.
Andavo a zonzo per la cittadina senza una meta. Tutto era buio, quando sentì dei gabbiani. È strano a quest’ora di notte sentire dei gabbiani. Mi girai alla mia destra. C’era una fila di enormi barche e sentivo onde del mare frastagliarsi contro le possenti poppe. Ero sulla banchina di Silent Hill
Il Porto
Era strano vedere quel posto in quella situazione, mi domandavo cosa mi aspettasse. Lungo il porto, c’era situata a metà una cabina. Tutta in legno, era la cabina di avvistamento. Ci entrai e l trovai Dalia. Era seduta sua una sedia con la mano sulla fronte come se fosse in pensiero per qualcosa. Appena mi vide balzò in piedi e disse con tono freddo:
"Tu!". Riprese a parlare venendo verso di me cono tono molto più dolce e con le mani aperte per toccarmi il viso. "Sei vivo, sono felice di rivederti"
Mi fece quasi tenerezza quella donna. Restai in silenzio perché non sapevo cosa dire o fare.
"La tua amica non è tornata"
"Lei non tornerà più"
"Anche lei???"
"Si anche lei…"
"Si sta svegliando. La collera. Siamo ancora in tempo per fermarla".
Lei uscì dalla stanza. Vidi che il posto era tranquillo e ne approfittai per riposarmi un po’ le ossa.
L’Orfanotrofio
Vedevo tanti bambini giocare e correre, ero felice, ma la felicità dura poco. Specialmente qui. Infatti il tempo di girarmi e tutto era tornato desolato. Mi trovavo in uno posto strano. Una casa in mezzo alla campagna, circondata da un grande spiazzale recintato con altissime travi di legno bianche, su cui vi erano dei disegni fatti sicuramente per mano di bambini. Il tratto infatti non era ben definito. Nel mezzo della campagna c’era un’enorme pietra, circondata da pietre più piccole con tantissime candeline accese. Come se adoravano quell’enorme masso. Nel mezzo dello spiazzale vi era una bellissima casa in legno, molto pittoresca. Era giorno e mi girai per bene ogni angolo. Il muro di travi aveva tre cancelli in tre pareti diverse. Entrai nel primo. C’era un sentiero che conduceva non so in quale punto del zona. Prosegui lungo il sentiero di campagna per vedere fino a dove portasse. Non ci volle molto e poco dopo giunsi ad una casa che aveva la porta bloccata. Qui non c’e nulla, meglio tornare indietro – dissi tra me e me – e quando ripresi il percorso per il ritorno mi accorsi che si stava facendo buio. Rientrai nella casa e ci trovai un ragazzo sui 27 anni a fissare l’enorme pietra. Mi incuriosì molto e mi fermai a parlare con lui.
"Cos’è?" dissi
"E’ la grande pietra delle offerte"
"La pietra delle offerte?"
"Si, si racconta di un tempo in cui la terra era in preda a potenti attacchi demoniache. Gli uomini avevano deciso di ribellarsi al male e cominciarono a seguire un culto. Ogni demone ucciso veniva inciso il nome su questa roccia. In modo che anche lo spirito fosse per sempre imprigionato. Bazzecole preistoriche".
"Capisco. Ad ogni modo, io sono Walter, non so come mi sono ritrovato qua"
"James, piacere mio"
"Cos’è questo posto?"
"E’ il vecchio orfanotrofio di Silent Hill, è qui che sono stati sacrificati milioni di bambini. C’è stato una epidemia di meningite deformante. Si pensò subito che il demonio fosse ritornato e si era reincarnato in questi bambini. Li bruciarono tutti, quando bastavano delle cure per la meningite"
Ebbi un lungo brivido scendere dalla schiena. Pensai che era il caso di capirci meglio. Entrare nell’orfanotrofio e vedere cosa potevo trovare all’interno, se i miei sospetti erano fondati. Ma la porta era chiusa e la chiave l’aveva il ragazzo appesa al collo. Doveva essere il custode per averla. Gliela chiesi e mi disse che nessuno fa niente per niente.
"Ho una gran sete" si limitò a dire.
Non dissi nulla anche se avrei voluto spaccargli la faccia. Però pensai che c’erano ancora altre due uscite da controllare. Presi il cancello a nord-est della casa. Entrai, o meglio dire uscì. Una altro sentiero. Prosegui per il piccolo vialetto per vedere dove portasse. Portava in un grandissimo spiazzale circondato da tombe. C’erano forse i bambini bruciati e defunti. Vidi una donna china piangere. Mi stavo avvicinando quando la donna, in strazianti urla disse:
"Perché, perché tu. Sei il demonio. Visto cosa hai fatto? Hai portato alla distruzione anche mio figlio, sei una troia, vattene via, manco il cielo ti vuole".
C’era una bambina ferma che guardava quella donna piangere. Era Alessa. Ero pietrificato. Sparirono l’istante dopo lasciando una bara aperta. Avevo il cuore in gola ma la curiosità mi portò a vedere cosa conteneva. Mi avvicinai e con mia sorpresa trovai una bottiglia di cioccolato liquido. Era anche bello fresco, perché la terra mantiene fredde le cose. Ma cosa ci faceva del cioccolato li? Quante cose strane. Sembrano collegate tra di loro. Ritornai indietro e il ragazzo si era spostato. Era sulla mansarda della casa che la stava spazzando. Non dissi nulla. Volevo vedere prima cosa c’era nell’altro cancello. Passai davanti al ragazzo che mi notò e mi disse:
"Io non lo farei."
Lo degnai di uno sguardo e prosegui. Un altro lungo sentiero e delle nuove creature. Erano altissime. Diverse da tutti gli altri incontrati fino ad ora. Erano un colosso. Un mezzo busto con due enormi teste. Camminavano sulle braccia, perché non avevano gambe. Avevano gli occhi chiusi e puntavano il dito verso di me. I capelli delle teste ricoprivano anche tutto il torace lasciando solo le braccia scoperte. Io rimasi immobile. Appena mi avvicinavo correvano sulle mani emettendo gemiti di pianti e quando si scagliavano verso di me ruggivano, mentre con l’enorme palmo della mano mi dava dei terribili schiaffi facendomi volare. Erano orribili. Solo il piccone poteva aiutarmi, infatti cominciai a colpirli. Questi sembravano reagire al dolore, proprio come un essere umano, infatti ad ogni colpo inferto indietreggiavano e non puntavano solo sull’attacco, ma anche alla difesa. Gli piantai il piccone in un occhio forandolo finche non cadde a faccia in giu. Gli conficcai il piccone sulle spalle aprendogliele. Non si rialzò e agonizzò lentamente, piangendo, in un mare di sangue. Tutto la zona era circondato da queste creature. Si muovevano solo al suono, perché non vedevano nulla, quindi cercai di fare meno rumore possibile, ma in campagna è difficile non fare rumore. Il sentiero portava dentro una grotta, forse usato dai contadini locali, perché era pieno di attrezzature per l’agricoltura e macchinari per macinare. Era ben illuminata quella zona e fuori, uscendo dall’altra uscita, le meravigliose acque del lago Toluca, davano un po’ di colore a quel grigio paesaggio. Il triste pensiero della realtà però mi riportò subito con i piedi per terra. Realtà…è reale?
Non trovai nulla qua, quindi tornai indietro da quell’uomo per portargli la sua cioccolata. Lo trovai ancora li che spazzava per terra. Gliela diedi e mi disse:
"La porta adesso è aperta. Entra."
Entrai. Dentro tutto era messo a soqquadro. Una vecchia casa in legno dove ospitava tanti bambini. Nella parte infondo a destra c’era un recinto pieno di qualsiasi giocattolo. Nella parete di sinistra invece c’erano dei fogli appesi.
"Il diavolo è cattivo, il diavolo è il male. E noi lo combattiamo"
E tanti altri messaggi o preghiere strane che non sono riuscito a comprendere bene il significato.
"Non sapete che gli angeli giudicheranno il mondo? Non sapete che i santi giudicheranno gli angeli?"
Poi c’erano disegni. In uno c’era disegnato una bambina crocifissa e il messaggio scritto era questo: Alessa Gillhespie, la sua fine. In un altro disegno c’era sempre una bambina impiccata e tanti altri bambini che giocavano facendo festa e anche qua il messaggio scritto era: Alessa, crepa. Era l’orfanotrofio dove era stata portata? Perché? Trovai pure qualcosa di sconcertante.
Diario:
15 gennaio 1970
oggi la mamma mi ha portato in questa casa. Dice per farmi giocare. Ma qui tutti mi maltrattano e mi evitano. Perché?
16 gennaio 1970.
Sono tutti cosi freddi e ostili con me. Che gli ho fatto? Perché nessuno mi vuole come amichetta??
17 gennaio 1970
Non resisto più qui dentro. Sono passati solo tre giorni ma voglio andarmene. Ma dove vado?
Qui in giro è tutti campagna.
25 gennaio 1970
Ho capito tutto. Il mio amichetto Walter Sullivan dice che pensano che io sono un demone perché non ho un papà come loro e poi perché ho una malattia di cui non conosco il nome. Mi sta facendo deformare. Ma io non lo so chi è il mio papà e la mia mamma non me lo vuole dire. Credo che anche lui mi odia.
Io? Cosa centro? Chi è questa Alessa e cosa abbiamo in comune, io, Alessa e questo posto? Ero sempre più confuso e sempre più angosciato. Non avevo nessuna idea di quello che sia potuto succedere trenta anni fa. Ecco perché mi ha portato in questo posto. Rovistai tra vecchie foto ed era li. Una foto di gruppo dove stranamente c’ero pure io da bambino. Non ricordo nulla però. L’alcool fa dimenticare molte cose, e la mia carriere di bevitore è ben ampia. Non ricordo di quel posto. Non ricordo quei visi, non ricordo nulla da prima del mio matrimonio con Angela… Angela.. dove sei? Anche tu sei coinvolta qua? Sto farneticando, ormai sono sfinito. Salii al piano di sopra. Le scale davano ad un corridoio con 5 porte, due a sinistra e tre a sinistra. Era molto bella e molto pittoresca quella casa. Apri una ad una le porte. Erano camere da letto, i dormitori. Letti fatti e ben curati. Nessun mobile con polvere. La cosa mi ha stranito. Come è possibile che giù tutto è in disordine e qui tutto cosi particolarmente curato? Nella stanza numero cinque, c’era un solo letto, era solo rete metallica, senza materassi ne coperte. E un biglietto scritto:
Cagna rognosa, è qui che devi dormire. Al freddo.
Che il Signora possa rispedirti all’inferno da dove sei venuta. Demonio. Mostro.
Sarà stato sicuramente qualche biglietto per Alessa infatti capì che quel letto solitario potesse appartenere solo a lei. Perché ce l’avevano con questa piccola bambina
L’Alchemilla Hospital – la verità
Presi a scrivere questi appunti e uscì dalla stanza. Il ritorno all’ospedale, dopo tutte quello che ho passato è stato un po’ più confortante. Finché non entrai nella stanza dei medici, prima chiusa. Un video registratore e una televisione. Inserì la video cassetta e la guardai attentamente. Non riuscivo a credere ai miei occhi eppure era tutto vero. Era lei.. Angela. Le immagini della videotape: lei, raggiante come un raggio di sole, correva a piedi scalzi su un prato verde. Scene di un matrimonio. Ma quello sono io… lei era bellissima sotto l’abito bianco. Altra scena. Io e lei. Lei ha in braccio un bambino. Ora ricordo la bambina, nostra figlia, che trovammo davanti casa nostra e che decidemmo di prendere con noi. Era bellissima lei. Le immagini della videocassetta si fecero scure. Angela….
Coricata sul letto. Sembrava stare male. Anche la piccola. Adesso ricordo. La bambina era malata. E la malattia prese pure Angela. Un dottore. Mi disse che non ce la farà. Non potevo vederla soffrire… Un omicidio…ma quello sono io. Ma cosa sto facendo… la sto soffocando col cuscino. La sua mano che cercava di liberarsi dal cuscino. L’ho soppressa. È morta. La bambina. È tutta colpa sua.. la lasciai morire da sola in ospedale…. Un dialogo:
"Angela?"
"Cosa vuoi Walter, lasciami in pace"
"Ti ho portato dei fiori, i tuoi preferiti"
"Fiori? Fiori? Non vedi come sto mutando? Sono un mostro Walter"
"Ma Angela io…"
"Vattene via. Prendi quei maledetti fiori e sparisci"
……………………………………………………………………
"Walter, perdonami, la malattia mi sta facendo impazzire. Fuori piove."
"Angela io…"
"Stai con me Walter. Ho bisogno di te. Non lasciarmi andare, non lasciarmi morire"
"Ti prometto che tutto andrà bene Angela"
"Come fai a saperlo"
"Ma i medici hanno detto…"
"I medici. Non c’è da fidarsi. Loro non vogliono che io guarisca, sennò non guadagnano. Mi tengono qui in fase di stallo. Non mi fanno peggiorare e non mi fanno migliorare"
"Tesoro non dire così".
"Walter, che fai col cuscino.. io WALTER, WALTER….AARGH….."
Interruzione….
Mi girai e lessi questo messaggio:
Hai lasciato morire il lato buono.
Ero traumatizzato. Avevo paura, ma tutto più chiaro nella mia mente. Ero depresso e angosciato. Io… io .. ho ucciso Angela. La malattia della bambina ha devastato mia moglie. Non riuscivo a vederla soffrire, quindi l’ho uccisa. Ero in collera e arrabbiato con la bambina. Anche lei malata, ma non riuscivo a smettere di volergli bene. Volevo salvarla a tutti i costi ma non ci riuscì. Ella morì qualche settimana dopo Angela. Adesso sono tornate e vogliono la vendetta. Uscì dalla sala dei medici pieno di angoscia e di paura e mi diressi verso l’uscita dell’ospedale. Ormai è finita. Aspetto la morte che mi venga a prendere. Ma ovviamente Alessa aveva in servo un destino più crudele. Tutte le porte del corridoio erano chiuse. Tutte tranne una. L’ascensore. Appena mi avvicinai, l’ascensore si aprì e io mi sentivo come chiamare da qualcosa o qualcuno. Entrai e in automatico l’ascensore mi portò nei bassifondi dell’ospedale. Un corridoio con tre porte. Due bloccate. Una aperta. Entrai. Una voce:
"Congratulazioni, Walter. Ce l’hai fatta. Sei qui.. il tuo premio? Sapere la verità. Avevi capito che Alessa era una bambina buona? La sua malattia però l’ha resa deforme. Sai com’è in un mondo dove la convinzione è forte… Credevano che la deformazione fosse dovuta ad un atto demoniaco compiuto da sua madre. A scuola tutti la maltrattavano. Persino la sua insegnate. Alessa era sola, era abbandonata. Sua madre non riuscì a fare nulla per proteggerla dal male che gli stavano facendo e gli praticarono il lavaggio del cervello. "tua figlia è il peccato. Dici chi è il padre".. Si riunivano spesso da quando è stata fondata la città e avevano un posto speciale. I palazzi blu. Dietro la porta 666."Combattiamo il peccato, mia cara, non il peccatore". Bruciare la strega. Portarono Alessa in quella stanza. Per purificarla come avrebbero detto.
"Fratelli e sorelle, siamo ancora qui, riuniti a combattere il male"
"Mamma aiutami"
"il demonio, il peccato. Lui viene tra di noi per diffondere l’inimicizia. Ha preso forma sotto le mentite spoglie di un’innocente. Al rogo!!!" Cosi dicendo appiccarono il fuoco bruciando Alessa.
Ma bisogna fare molta attenzione a come si combatte il male. A volte le armi che usi ti si possono ritorcere contro. Il fuoco divorò tutto bruciando la stanza. Si propagò fuori bruciando tutto. Fortunatamente c’erano persone buone, Walter. Il dottor Kaufman raccolse Alessa e la portò all’Alchemilla Hospital. Era piena di ustioni, dicevano che non avrebbe superato la notte. Alessa era impaurita. Più passa il tempo, paura e angoscia si trasformano in rabbia e ira. La rabbia di Alessa cresceva, cresceva fino al punto di ritorcesi perfino su un’innocente che era solo curiosa. Poi arrivai io. Le dissi che adesso toccava a loro. Io ti ho condotto in tutti quei posti, sono stata io a portarti in quei luoghi e tu sei stata bravo a seguire i miei indizi. Io ho molti nomi. In questo momento sono la parte oscura di Alessa. La bambina che hai trovato. Sono stata sempre io a portarla. La bambina è tutta la bontà che è rimasta di Alessa. Anche lei purtroppo è morta. E tu hai ucciso tua moglie. L’hai tradita Walter, con Angy.
"Noi chiediamo soddisfazione, chiediamo vendetta. Solo Dio può togliere e dare la vita. Il sogno di questa vita sta per finire, il giorno del giudizio è vicina e io sarò la grande mietitrice."
Tu l’hai scelto. Hai scelto la bambina. La profonda convinzione mi proibisce di entrare dentro la chiesa. Devi portarmi dentro di te.
Ero in preda al senso di colpa e avrei fatto di tutto per levarmi questo peso di dosso. La morte di mia moglie per mano mia. Non ho potuto fare altro che accettare Così dicendo si avvicinò e mi abbracciò. Sparì poco dopo mentre io mi sentivo sconvolto. Usci dalla stanza, e ritrovai Lisa.
"Lisa, tutto ok?"
Era appoggiata al muro, con le mani che gli tremavano.
"Walter…."
"Lisa…"
"Lo so Walter, ho capito tutto. Smossa dalla curiosità, sono scesa nei bassifondi dell’ospedale. C’erano quelle strane stanze che dicevi tu. Walter non ho visto nessun anima vivente in giro. Adesso lo so, Walter, perchè nessuno mi tocca. Sono come loro"
"Lisa ma cosa…"
"Oh! Walter, ti prego aiutami, ho paura."
La ragazza era in preda al delirio e tra i pesanti singhiozzi si avvicinava a me, vidi una strana luce nei suoi occhi e la respinsi verso la porta facendola sbattere. Restò ferma per qualche secondo dopo un po’ cadde a terra scivolando lungo la parete. Comincio a sanguinare. Prima dagli occhi, poi dal naso e un rivoletto di sangue gli usciva dalle labbra. Finche anche dalla fronte cominciò a sanguinare. Sembrava Cristo dopo l’incoronamento di spine. Scoppiai in lacrime. Ero spaventato e angosciato. Uscì scappando dalla stanza richiudendo la porta, lasciando la povera Lisa che dava i pugni perché voleva uscire. Non potevo sopportare quella situazione. Ero in lacrime, disperato e mi lasciai andare ad una vera e propria crisi di pianto. Quando mi ripresi, rigirai i corridori dell’ospedale, notando che dentro le stanze, adesso non c’erano più camere per gli ammalati, ma posti già visitati. Nella stanza 44B c’era la classe della scuola, con un unico banco nel mezzo dove, con un taglierino, era stata tracciata una scritta:
"Va via, strega, crepa".
Il banco era bloccato e non riuscì ad aprirlo. Uscì dalla stanza e quattro infermiere demoniache mi attaccarono. Una di loro aveva l’osso del collo spezzato. E camminava con la testa che gli pendeva dal lato sinistro. Le altre erano terribilmente mutilate e in viso avevano dei grossi buchi neri. Li evitai, perché non potevo uccidere tutte. Scappai. Sentivo la fine vicina. Nella stanza 45B c’era un altro videoregistratore con una cassetta inserita. Finalmente sono riuscito a percepire, tutto il messaggio:
La bambina è il diavolo……
Dobbiamo purificarla. la febbre non si abbassa. Noi sistemiamo il male. Il pus e il sangue non si arrestano. La profezia. Sta deformando. Lei è il Diavolo.
Era lei che parlava, Dalia Gillhespie. Uscì dalla stanza e mi diressi verso la stanza dei bambini. Era l’unica stanza che non avevo visitato e sicuramente la stanza dove era ricoverata Alessa. Nella stanza c’era un’altra porta. Sono entrato e li assistetti ad una strana scena. Un dialogo tra Dalia e Alessa. Erano due ectoplasmi. Alessa era a terra e Dalia la costringeva a fare qualcosa contro la sua volontà.
"Il lavoro è quasi completato Alessa, ho solo bisogno un pò del tuo potere."
"No mamma no! Non voglio"
"Suvvia piccola, non vuoi che tutto questo finisca?"
"Io voglio stare con la mia mamma"
"Ma lo sai cosa dicono di te, vero piccola mia? Tutto questo finirà"
"Mamma…."
I due fantasmi sparirono nel vuoto. Ero scosso e scioccato ma sta volta sul serio sentivo la fine vicina. Scesi le lunghe scale. Era l’uscita. Davanti a me c’era la chiesa.
La Chiesa
Entrai in chiesa e la trovai seduta su un banco.
"Adesso basta Dalia, il tuo giochetto è finito"
"Non hai capito ancora nulla Walter? Tu hai ucciso tua moglie, questo posto vive delle tue pene. Non puoi fuggire dal male che hai fatto"
"Di cosa parli"
"So tutto Walter. Hai ucciso Angela e fatto morire la bambina. La bambina di Alessa"
"Alessa è la madre biologica?"
"Sono stati sette lunghi anni, adesso il sogno di questa vita è finito. Alessa è tornata alle sue origini. Quando l’oscurità svanirà mia figlia sarà la Madre di Dio"
"Stai zitta Dalia, tu hai ucciso tua figlia e lo neghi a te stessa, come io ho negato il mio terribile atto che ho fatto con mia moglie e mia figlia. Cazzo se solo potessi tornare indietro! Salverei tutte le vite che ho lasciato andare"
"Menti, Alessa era il diavolo."
"E l’hai bruciata? Su cosa ti basi? Una religione che non esiste, bruciare il diavolo"
"Eresia, anche tu parli come il diavolo"
Prese un coltello e me lo trafisse sul cuore. Io mi accasciai a terra, ma dalla ferita mi uscì liquido nero e piano piano la ferita si rimarginò da sola…tutto crollò e nella chiesa salirono le tenebre. Fu in quel momento che la piccola Alessa si alzò in volo. Mille fili spinati gli uscirono da tutto il corpo che trafissero Dalia. L’alzarono dal pavimento e la trafissero tra le gambe, facendogli uscire l’estremità dei fili da tutto il corpo. La piccola Alessa, squartò la donna, dividendola in due e facendo cadere resti del corpo. Cercai di scappare e sono riuscito a rifugiarmi sotto questo arco, credo ancora che Alessa mi stia cercando.
Giornale radio
Questa mattina, nei pressi del lago Toluca, in una cittadina chiamata Silent hill, nella chiesa locale, è stato ritrovato il resto del corpo di un uomo, squartato in diversi punti. Secondo la polizia locale, l’uomo potrebbe essere stata vittima di una qualche aggressione.
Nel corpo i segni di profonde ferite, lacerazioni e ustioni provocate sicuramente da un pezzo di ferro spinato e rovente. La polizia lo ha riconosciuto come Walter Sullivan., camionista del New Jersi, vedovo da anni.
Aveva ancora in tasca la patente e altri documenti che hanno favorito il riconoscimento e secondo quanto riportato in un taccuino con le sue annotazioni la vittima doveva soffrire sicuramente di violente allucinazioni, perché vedeva un mondo completamente parallelo e irreale dove rituali e cose sataniche avevano luogo.
La polizia si sta ancora chiedendo se davvero la vittima è stata vittima di un’aggressione o semplicemente si è tolta la vita autoinfliggendosi queste terribili ferite con un filo spinato e poi datosi fuoco. Da Silent Hill è tutto il prossimo collegamento è alle 17:30 con gli aggiornamenti
Grazie e buonasera.
FINE