Io sono Bryan
Divertente è persino il mio nome: BRYAN. Deriva dal celtico con etimologia non certa. Dal termine Bruaich “inferno” o da Brigh “nobile”. Fatto sta che non sono mai stato uno importante, figuriamoci nobile: a scuola venivo spesso deriso, in chiesa ero l’ultimo che veniva scelto quando si facevano le squadre di calcetto, anche quando andavo a pattinare non ero un asso, cadevo spesso, ma non per questo decisi di smettere. Le risa e le parole bruciano più di calci e pugni. Ciò nonostante credo di voler raccontare la mia storia dato che, per una volta, il protagonista sono io…
Stette zitto Bryan spalancando gli occhi. Si trovava in una stanza poco illuminata da una leggera luce che entrava dalla finestra. Luce tipica del tardo pomeriggio. Era arredata in maniera molto semplice: un piccolo armadio con adiacente scrivania vuota che sembrava fosse reduce di anni di studi e lavori di bricolage vari, data la presenza di piccole macchie di vernice e colla. Alla parete opposta, poggiato a muro, il letto con il comodino dello stesso colore adornato da un semplice centrino ovale dalla fitta trama e di colore dell’ebano. La finestra, che dava su una strada deserta, sembrava spoglia per l’assenza di tende e al centro della vetrata, un incrinatura che aveva forma di S che sembrava voler simboleggiare il palese stato di abbandono del luogo. Alzatosi che fu si sentì spaesato e provò una profonda angoscia osservando il degrado della stanza. Si avvicinò lentamente alla porta cercando di non fare molto rumore. Sentiva l’aria intorno a lui pesante, viziata, ciò nonostante non si sentiva a disagio o oppresso, era solo confuso. Posò la mano sulla maniglia, provando un leggero brivido che gli corse su per il braccio per via della freddezza di quest’ultima ed aprì lentamente mentre veniva investito da un freddo vento proveniente dall’esterno.
<<Bryan>> si sentì con un eco fuori dalla porta. Era un enorme corridoio con tante finestre una vicino all’altra ed erano tutte aperte; alcune erano semplicemente aperte con le ante spalancate in un enorme voragine verso l’esterno, altre non avevano nemmeno le ante, distrutte dagli agenti atmosferici, altre ancora, senza alcun ordine logico, avevano le vetrate rotte con il vetro trasparente ancora sparso a terra.
<<Corri, Bryan>> Questa volta il suono era più preciso, veniva dalla parte ovest di quel corridoio, una molla scattò nella sua mente: cominciò a correre incurante dei cocci di vetro e di pezzi di giornali e riviste sparse a terra, incrociò una rampa di scale che, a forma di semi-cerchio, portava verso la porta principale dell’edificio. Percorse il tratto fino all’esterno con molta foga, rischiando di inciampare svariate volte, fino a che, con molta cura spalancò l’enorme portale che dava verso l’esterno e subito venne investito da un enorme luce. Fu costretto a socchiudere gli occhi tale era la luce che lo abbagliava. <<Eccoti finalmente>> disse una voce poco distante a lui.
<<Ti aspetto da un po’. Sai?>> finì con un colpo di tosse. Lentamente Bryan aprì gli occhi ancora accecati dal sole. Tutto intorno sembrava così bello e vivo. Adesso ricordava. Era di fronte la sua scuola. Proprio ai suoi piedi c’era una rampa di scale e subito sotto, passata la strada, un enorme piazza con un imponente monumento a forma di torre che si innalzava verso l’alto e avidamente sprofondava le sue fondamenta nel terreno. Tutto intorno, assieme alle aiuole e al verde dell’erba appena tagliata, un enorme campo di rose rosse. Sulle scale, padre della voce, c’era un ragazzo biondo seduto, di circa 19 anni, che guardava Bryan con vivo e giocoso interesse.
<<Chi sei?>> Esclamò Bryan che finalmente si era adattato a quella luce. <<Non ti ricordi di me? Sono Doug, ci siamo conosciuti qui. Tu mi dicesti che ti saresti preso cura di me e lo hai fatto. Ho aspettato il momento giusto per ripagarti e quel momento è arrivato. Io ti aspetto qui, da qualche tempo oramai. Credo siano passati anni.>> finì ispirando profondamente. <<Scusa ma…Io non conosco alcun Doug.>> esclamò mentre nel suo volto si disegnava un espressione interrogativa <<Hai già dimenticato? No. Non lo hai fatto. Lo sento, è li, nel tuo cuore. Non lo senti anche tu?>> concluse allungando il braccio e aprendo la mano verso Bryan <<Ti fidi di me?>> disse lasciando perplesso Bryan che, nonostante fosse confuso e spaesato sentiva di potersi fidare. Allungo anche lui il braccio, avvicinandosi a Doug fino a sfiorargli la mano. Non appena la sua mano toccò quella del biondo ragazzo calò un silenzio sacro infranto solo da una fastidiosissima sirena che sembrava provenisse da ogni dove.
<<Tranquillo Bryan, ci sono io>> Sentì Bryan in preda ad una confusione mentale e ad un terrore fisico. Prima che potesse rendersene conto tutto diventò buio e con esso tutto silenzioso.
<<Bryan>> ancora una volta veniva chiamato il suo nome. Aprì gli occhi. Questa volta era a terra. Si alzò di scatto confuso e spaesato. Si guardò attorno ancora incredulo per quello che era appena successo quando si rese conto di non trovarsi sulle scale della propria scuola ma di fronte ad un vecchio palazzo che arrecava il nome di “Casa di riposo - Villa Clarimonda” sull’enorme insegna subito sopra la prima delle tre porte principali, quella centrale.
<<Ma…>> Esclamò Bryan senza finire la frase, sapendo che comunque, nessuno avrebbe sentito. Quello che vedeva intorno a lui era nebbia a perdita d’occhio alcun rumore, alcun suono, solo palazzi apparentemente vuoti e qualche sporadica luce lampeggiante proveniente dai semafori dei vicini incroci. Lanciando lo sguardo verso le alte e perfettamente quadrate finestre del palazzo riusciva a pensare solo all’imponenza di quest’ultimo. Si avvicinò lentamente alla porta che aveva a terra un vecchio zerbino color rosso-ruggine con su scritto “Hellcome” e, senza dare veramente importanza alla scritta, la coprì con un piede passandovi sopra ed entrò nel palazzo. Tutto era buio, illuminato di tanto in tanto da qualche lampadina su qualche lampadario. Ogni cosa sembrava avere aria pomposa e altezzosa. Tutto in quel enorme sala d’ingresso sembrava vivo: cominciando dalle poltrone a destra che parevan pulsare come la pelle del quale erano fatte e finendo per l’enorme tavolo con la targhetta “Reception” sulla sinistra che sembrava respirare, passando per l’enorme e imponente colonna colore d’ebano che a spirale si innalzava verso il tetto che dava aria di essere stanca, vecchia e accasciata dagli anni e dal peso del palazzo. Subito di fronte una rampa di scale che si biforcava a Y che, dopo una repentina svolta, portava al piano superiore. <<Bryan>> sta volta la voce era molto distinta, sembrava provenire da ogni parte ma da nessuna poiché era molto vicina all’orecchio del giovane.
<<Chi sei? Dove sei?>> esclamò Bryan mentre, guardandosi intorno, provava sempre di più una sensazione di chiuso, di soffocato, di…Vivo.
<<Bryan, abbracciami>> Come prima, la voce era ovunque. In preda al panico Bryan cominciò a correre verso le scale spaventato e spaesato da quell’enorme struttura che lo ospitava. Corse più non posso fino a quando non inciampò su qualcosa. Batté forte il mento seguito provocando un rumoroso tic d’avorio. Con lancinante dolore, si rialzò di tutta fretta e arraffò l’oggetto che gli aveva bloccato la corsa. Strinse forte il pugno intorno al legno marrone ben levigato. Era un bastone. <<Che strano…>> Esclamò Bryan ancora in preda al dolore adesso lievemente affievolito. Gli sembrava piuttosto famigliare ma non lo collegava a nulla e ci fece poco caso, la sua attenzione era completamente rivolta al numero che era inciso, un po’ stilizzato, sul manico del bastone: 312.
L’unica cosa che riuscì a pensare è che quel bastone appartenesse all’occupante della stanza 312, anche se era impossibile che, nonostante l’imponenza del palazzo che superava ogni sua immaginazione, avesse una capienza tale da avere 312 stanze. Decise comunque di salire le scale portandosi il bastone dietro, come fosse suo. Non appena mise un piede sulle scale, l’intero palazzo sembrò tremare o meglio, muoversi. Si guardò intorno pensando ad un terremoto ma niente si era mosso era tutto perfettamente com’era quando era entrato. Pensò fosse solo uno scherzo della sua mente e salì adagio. Appena giunto al secondo piano vide un lunghissimo corridoio subito a destra che presentava una serie di porte l’una accanto all’altra, numerate da una targhetta dorata con inciso sopra un numero. Il corridoio, molto poco illuminato, era tanto lungo che non si riusciva a vedere la fine, così che, preso di coraggio, Bryan decise di camminare. Ogni passo lo avvicinava ad un numero man mano più grande. Uno, due, tre, quattro…Dieci…Venticinque… L’aria intorno a lui sembrava farsi più pesante e man mano il corridoio sembrava rimpicciolire diventando sempre di più angusto e buio.
<<Centotrentatre?>> esclamò Bryan guardando perplesso la targhetta logorata della porta subito accanto a lui. Oramai i muri avevano perso la bellezza che avevano all’inizio del corridoio. Sulle pareti si cominciavano a vedere chiazze dove la bella carta-da-parati rossa a quadrati andava man mano mancando per essere sostituita da un muro sporco e spoglio. Camminando senza sosta cominciava a chiedersi se davvero avesse una fine quel corridoio. Arrivato che fu alla stanza 149 si arrestò di botto un po’ perplesso un po’ impaurito. All’enorme, pulito e rosso tappeto che si stendeva per tutto il corridoio si sostituiva un enorme grata arrugginita con subito nulla sotto se non buio e chiazze rosse molto, molto profonde.
<<Che diavolo?>> fece per arretrare, incerto, decise di tornare sui suoi passi. Dietro di lui era davvero buio e non riusciva a distinguere nulla nemmeno la numerazione della porta o le sporadiche finestre che di tanto in tanto puntellavano il corridoio. Corse sicuro della strada di ritorno quando fino a che, ad un certo punto, una luce in lontananza si faceva sempre più vicina. Dalla luce che proveniva da una lampada da muro una figura non molto distinta si riusciva ad intravedere.
<<Ehi! Ehi! Lei, aspetti>> Gridò a squarciagola Bryan quando ad un tratto, la figura si fermò e sembrò rivolgere lo sguardo verso quest’ultimo.
<<Aspetti la prego… io…i…>> Fece per finire la frase quando cominciò a distinguere bene la figura. Aveva forma umanoide ma sembrava non esserlo. Era un insieme di pelle e carne sanguinolenta, insieme di muscoli e cartilagine inzuppati di sangue e incollati assieme come quando la pelle viene fusa ad altra dopo una brutta ustione. Si muoveva barcollando velocemente verso Bryan con quello, che se usata molto l’immaginazione, sembrava un braccio che puntava Bryan. Le lampade sul muro si accendevano al suo passaggio della creatura che rapidamente vi avvicinava al ragazzo.
<<Che cazzo?>> Gridò in quello che era un misto fra paura e pianto, si girò di scatto e cominciò a correre verso il fondo del corridoio mentre vedeva che quella figura orribile avvicinarsi sempre più. Si sforzava di accelerare il passo ma proprio non ci riusciva, era stanco e riusciva a correre per spirito di sopravvivenza. Corse a perdifiato mentre la figura oramai sembrava così vicina da poterne sentire il respiro affannato dietro di lui. Preso dal panico lanciò dietro di se il bastone pregando Dio che potesse rallentare la corsa di quel mostro quando ad un tratto, proprio nel confine fra il corridoio e la grata il mostro arrestò la sua corsa, abbassando il braccio, ma continuando ad osservare Bryan che correva. Non appena si accorse di non avere più il mostro alle calcagna, il ragazzo si gettò a terra sostituendo il pianto all’affanno e respirando molto velocemente. Era più che mai confuso, gli era preso un emicrania e distrutto dal dolore nelle gambe si alzò osservando le pareti che grondavano ruggine e una sostanza rossa, quasi viva, che sembrava colare sinuosamente verso il pavimento. Si guardò intorno cercando di riprendersi e riprendere quella speranza di sopravvivenza che poco prima lo aveva abbandonato. Esalò un lungo respiro e continuò molto lentamente la sua marcia verso la fine del corridoio. Riusciva a leggere appena le targhette dato che la luce era pressoché assente e l’unica che illuminava a qualche centimetro sembrava provenire da lui stesso. 290…307…310…
<<Ci siamo>> esclamò non appena arrivò alla fine del corridoio. La targhetta dorata era assente, la porta era completamente di ferro a differenza delle precedenti e l’unica cosa che faceva da adornamento a quel enorme porta erano alcuni ghirigori alla base e in alto di quest’ultima. Al centro, quasi graffiato, presentava un enorme 312. Toc toc. Come due colpi di campana quel suono sordo si espanse per tutta l’aria. Non ebbe risposta. Abbassò la maniglia e vi entrò.
<<Era ora>> una simpatica e senile voce proveniva dal centro della stanza. Era enorme ben illuminata e arredata finemente. Alle pareti sfilze di quadri rappresentati i più svariati soggetti: da personaggi famosi a famosi paesaggi a nature morte. Intorno alla stanza erano presenti tantissimi schedari e mobili in stile classico dal legno finemente intagliato e le vetrate divise in quattro quadrati distinte l’una dall’altra da una lamina dorata.
<<Chi sei?>> Esclamò Bryan mentre si avvicinava all’unica enorme poltrona girevole al centro della sala. Era di pelle dal color nero pece. <<Sono Müro, non mi riconosci?>> la voce sembrava distinta. Proveniva dalla poltrona. <<Non conosco alcun Müro. Dimmi chi sei e che cos’era quel orribile creatura la fuori>> disse mentre si trovava oramai a qualche passo dall’enorme poltrona.
<< Orribile creatura? E’ così che la vedi? Ma…>> non finì la frase soffocando ogni suono non appena Bryan girò la poltrona. Vuota.
<<E’ uno scherzo questo?>> gridò Bryan in preda a rabbia ed evidente panico.
<<Non lo è. Bryan… Hai già dimenticato? Hai dimenticato tutti i nostri giochi? I nostri indovinelli?>> anche sta volta la voce sembrava provenire da tutte le parti ma era una sensazione di provenienza reale, come se, nonostante fosse impossibile, il suono partisse dalle pareti, dal tetto. Era la stanza. Era il palazzo.
<<Senti! Sono stufo di giocare dimmi chi sei non ne posso più>> finì in lacrime il ragazzo.
<<Non importa chi io sia, ma chi sia tu. Tu sei dolce e gentile. Non sei come la gente crede. E ora che tu ricordi. Abbracciami figliolo>> e di nuovo il buio invase tutto intorno. Alcun suono. Alcun rumore. Solo una fastidiosissima sirena a rompere il silenzio. Chiuse gli occhi e vide quello che vedeva poco prima: buio.
Appena li riaprì sentì una sensazione di strana completezza e di pace che lo investì calmando ogni sensazione negativa nonostante vedesse appannato. Era in un enorme stanza circolare adesso. Sotto i suoi piedi un enorme e trasparente vetrata con sotto il vuoto e buio, ai confini della stanza e alla fine dell’enorme lastra di spesso vetro fiamme altissime si innalzavano senza fine verso l’alto. Scosse il capo e chiuse e riaprì spesse volte gli occhi finché non riacquisto completamente la vista. Davanti a lui, a qualche metro di distanza due figure poco distinte: un uomo, e accanto una incomprensibile figura più piccola. Si avvicinò con passo sicuro fino a che non si trovò di fronte le figure ben distente: Un cane. E un uomo anziano. <<Ho capito>> esclamò abbozzando un sorriso. L’anziano uomo spalancò le braccia e il cane gli corse incontro, per quanto piccolo fosse, sembrava davvero vivace. Si lanciò all’abbraccio dell’uomo mentre il cane, sotto i suoi piedi, sembrava giocare. D’un tratto il fuoco che fungeva da pareti intorno all’enorme stanza senza fine si spense. A posto del fuoco il nulla più assoluto. Solo buio, nient’altro. Ai suoi piedi il vetro cominciava ad incrinarsi per tutta la lunghezza dell’enorme ovale che era fino a rompersi del tutto facendolo cadere nel vuoto mentre l’abbraccio e il gioco del cane sparivano assieme ai cocci di vetro sotto i suoi piedi. Cadeva dunque. Fino a fermarsi nel buio più totale. Era buio, buio e nient’altro.
Volete sapere dunque da dove racconto la mia storia? Beh, è più facile a dirsi che a farsi. E’ tutto buio qui. Buio, pacifico e caldo buio.
Epilogo.
Claudia:<< Bryan non era più lo stesso negli ultimi 6 anni. Era cambiato di molto, sa? Il primo trauma era scaturito dalla morte del suo cane: un yorkshire dal pelo biondo che trovò sulle scale della sua scuola e decise di portare a casa poiché aveva una zampetta rotta. Era vecchio, morì 6 anni fa di vecchiaia appunto, era il suo migliore e unico amico. Che io ricordi. Un altro trauma ci fu alla morte di mio padre, che chiamava “Müro” poiché non riusciva da piccolo a pronunciare la parola Mauro. Morì nel suo letto nella casa di riposo dove alloggiava “Villa Clarimonda” credo si chiamasse. Dopo questi eventi gli era crollato il mondo addosso, aveva perso il migliore amico e il compagno di giochi dato che amava giocare con mio padre, fare indovinelli. Era intelligente, sa? Nonostante fosse schizofrenico...>> finì piangendo.
Psicologa:<<E mi dica, cosa successe dopo questi eventi? Cosa cambiò in lui?>>
Claudia: <<Non lo so… Cominciò a diventare scorbutico e fare cattiverie. Davvero molte. Amava tagliare i capelli alle compagnette, prendere a calci i suoi compagni di classe che finirono per emarginarlo. Lo trovavo spesso a torturare gli animali del vicinato. Prima iniziava con animaletti come vermicelli e poi roditori, infine passò ai gatti e ai cani che spesso sparivano nel vicinato e che ritrovavano impiccati o sgozzati o chissà cos’altro vicino alla sua casa sull’albero. Finimmo per chiuderlo in casa dandogli l’unica cosa che lo rendeva felice: i suoi videogame. Passò gli ultimi mesi attaccato a quella maledetta consolle mangiando sempre di meno e parlando sempre di meno. Oramai era nello stadio terminale e sarebbe morto comunque. Io ne ero consapevole ma non sapevo come comportarmi, non sapevo come affrontare la vita di tutti i giorni con una creatura nata da me…Lo accontentavo in tutto e per tutto… Alla fine tiravo avanti ad anti depressivi… psico-farmaci >>
Psicologa:<<Lo so cara. Tutto passerà con il tempo, vedrai. Solo una domanda, com’è morto Bryan?>>
Claudia:<< Lo abbiamo trovato steso a terra ha avuto un attacco mentre giocava ad un videogame…>>
Psicologa:<<Ricorda per caso come si chiamasse il gioco?>>
Claudia: << Silent Hill.>>