Ventiquattro Ore
23:35
<<No, papà>> disse Angela con un filo di voce. Fece un respiro profondo nonostante fosse mozzato dal panico e dal disgusto per la situazione. E per se stessa. <<Taci!>> urlò Thomas. La porta della piccola cameretta, dalla quale si vedevano i visibili segni delle molteplici forzature alla serratura, era spalancata verso l’interno. Dal corridoio, subito fuori dall’uscio, entrava con prepotenza una flebile luce che illuminava debolmente la stanza fino al letto ad una piazza e mezzo dove sopra, in un groviglio di coperte e lenzuoli vi erano Angela e Thomas.
<<Ti prego, papà, non…>> non riuscì a completare la frase poiché il fiato le venne meno mentre sentiva la fredda mano del padre che le serpeggiava lungo la schiena. Sentiva il respiro affannato del padre, ne percepiva la rabbia provocata della precedente lite con la consorte e sentiva un puzzo acido proveniente dalla bocca del padre: un pout-pourri di alcol e di sigaro di pessima qualità. Sentiva le tempie pulsare, il cuore sembrava un treno lanciato a tutta velocità verso una meta infinitamente lontana, ed il sudore le grondava in maniera spropositata dalla fronte. La ragazza, in preda al panico, si dimenava tentando di liberarsi dalla morsa di quel ragno che era costretta dalla società, dalla madre e da se stessa, a chiamare “padre”. <<Papà!>> urlò. Adesso era in lacrime. Zampillavano silenti dagli occhi inzuppati mentre come la fine di un fiume che sfocia in una cascata, si lanciavano giù per il volto per finire assorbite a mo’ di spugna dal cuscino puntellato da macchie scure.
<<Ho detto di stare zitta!>> ringhiò il signor Orosco mentre alzava la mano per poi lanciarla sul volto di Angela. Quest’ultima, approfittando della momentanea, e almeno in parte libertà dalla stretta del padre lo spinse con tutta la forza che aveva addosso fuori dal letto per poi lanciarsi a sua volta sul pavimento. Cadde battendo forte la testa sul duro pavimento. Sentiva qualcosa di caldo inumidirle i capelli dietro la nuca ma non vi fece molto caso, poneva la sua attenzione sulle gambe impigliate in quel groviglio di coperte sotto le quali stava in silenzio fino a qualche minuto prima; per lei rappresentavano un posto dove nascondersi per non essere spettatrice delle abituali e ripetute liti familiari, adesso invece, come ne fossero consapevoli, la trattenevano dalla fuga da quell’uomo ubriaco che gridava il suo nome. Le afferrò una caviglia stringendola quanto più poteva, Angela, che sentiva un enorme mal di testa farsi strada, riuscì a liberare l’altra gamba e diede un calcio con quanta rabbia aveva in corpo al volto dell’uomo. Un dolore atroce invase il suo piede che aveva evidentemente sbattuto contro i denti macchiati dal fumo di lui, mentre quest’ultimo urlava dal dolore che gli era esploso in bocca. Si alzò di tutta fretta mentre ormai il sangue le aveva raggiunto la schiena e il mal di testa le annebbiava la vista. Zoppicava mentre si dirigeva verso la porta mentre dietro di lei Thomas urlava di dolore. Stava per uscire dalla camera quando sentì la possente mano del padre posarsi sulla sua spalla per poi strattonarla e farla cadere a terra e battere di nuovo la testa. <<Puttanella! Proprio come le altre…>> diceva sottovoce, come se parlasse con se stesso, mentre Angela strisciava aiutandosi con i gomiti verso la scrivania dove si trovavano ancora i resti della cena consumata di tutta fretta.
<<Ti prego papà, io non…>> disse prima che Thomas le assestasse un calcio dritto alla coscia, forte tale da farle scappare un grido. Thomas continuava a borbottare sottovoce sottolineando come fossero inferiori e infime le donne e qualsiasi altro dispregiativo gli passasse per la testa. Prese Angela per le spalle e la tirò su sbattendola sulla scrivania sopra la quale tremò tutto così forte da far cadere a terra la forchetta con la quale Angela aveva mangiato la sua frittata con un tozzo di pane.
<<Senti, brutta bast…>> cominciò Thomas, ma lei badava poco alle parole del padre. Adesso sentiva il duro legno della scrivania segarle la schiena sotto il peso di colui che le si schiacciava contro. Poggiò le mani sul freddo legno per fare forza, nel tentativo di alleviare il dolore, ma sentiva qualcosa di metallico sotto la mano: un coltello. Avvertì un insieme di sensazioni fondersi assieme all’acuto mal di testa e al dolore al piede che la affliggevano. Prese una decisione repentina, istintiva: pensò in fretta. Raccolse le ultime forze e spinse il padre come meglio poté. Non riuscì a spostarlo di molto, ma lo scansò quanto bastava per fargli posare il piede sui denti della forchetta ancora unta di olio. Un ulteriore dolore lo colse al piede e gli salì su per tutta la gamba, costringendolo a lasciarsi cadere a terra, di peso, provocando un tonfo sordo. Adesso si trovava sdraiato a terra, stordito e ancora dolente. Angela cercò senza voltarsi l’impugnatura in legno del coltello, che afferrò guardando dritto negli occhi quell’uomo. Non provò nulla, né amore né odio né apatia. Nulla. Sentiva come se il tempo fosse bloccato. Come se il mondo intorno a lei avesse smesso di girare. Ovviamente però, non era così: il suo corpo era già lanciato con il volto senza espressione e con il coltello in mano verso il padre. Chiuse gli occhi. Sentì la lama fendere qualcosa di mollo fino a sentirla sbattere contro qualcosa di più duro che con un sonoro crack si ruppe. Sentì gli ultimi istanti della vita di suo padre spegnersi sotto di lei. Sentì il suo ultimo respiro. Sentì il suo ultimo gemito e sentì finire il suo ultimo abuso. Chiuse gli occhi anche lui, e li chiuse per sempre.
06.45 dello stesso giorno.
Il sole mattutino stava sorgendo all'orizzonte mentre i coniugi Orosco riposavano tranquillamente tra le braccia di Morfeo cullati dal silenzio che faceva da sovrano in quella stanza. Thomas aprì gli occhi lentamente, sbattendoli ripetutamente per abituarsi alla luce che filtrava dalle tende e inondava la stanza riempiendola di luce. Non appena riuscì a vedere di nuovo chiaramente, guardò il vecchio orologio di metallo opaco poggiato sul comodino di legno ormai vecchio, graffiato e usurato in superficie. Segnava le 06:45. Si girò dall’altra parte del letto e ancora supino tentò di svegliare la moglie. Quest'ultima, ancora intontita dal sonno, rispose con un mormorio. <<Io vado a lavoro>> disse lui e le schioccò un bacio sulla guancia che a lei fu evidentemente sgradito. Thomas fece spallucce e si vestì in fretta, si avviò verso la cucina e vi entrò seguito dal rumore dei suoi scarponi sul legno marrone scuro del pavimento. Trovò alcune fette di dolce in credenza, ben chiuse in un morbido panno di un color rosso intenso. Mangiò con foga e inzuppò tutto con un sorso di latte direttamente dal cartone. Ripose il latte in frigorifero e si diresse verso la porta d'uscita. Si sentiva strano, si era svegliato particolarmente di buon umore ma aveva una sensazione strana che non riusciva a spiegarsi. Cacciò via i pensieri sgradevoli che gli danzavano in testa e uscì portando con sé il solito sgabellino e la valigetta di legno contenente materiale povero da disegno: del carboncino, qualche foglio e qualche pezzuola.
Arrivò a capo chino in una delle vie principali della città che straripava di gente, ma non sembrava farci caso. Si appostò sulla piazzetta dove era solito lavorare: faceva dei ritratti ai passanti per pochi spiccioli. Era l'unica cosa che sapeva fare bene, aveva sempre avuto una certa bravura con il disegno. Non gli fruttava molto denaro ma gli serviva per arrotondare mentre cercava lavoro da qualche parte dato che veniva puntualmente licenziato ovunque andasse. Aprì lo sgabellino di metallo vi si sedette sopra e aspettò. L’aria era particolarmente fresca mentre il sole lo picchiava sulla testa, senza opprimerlo. Quella mattina non aveva lavorato poi molto: qualche bambino che pregava il padre di farsi ritrarre o qualche anziano che regalava il ritratto al proprio nipotino. Intorno a mezzogiorno però, una distinta donna dalle rosse e carnose labbra fece capolino di fronte Thomas con aria altezzosa. <<Vorrei un ritratto, giovanotto>> disse mentre guardava altrove. Thomas sembrava evidentemente infastidito da quella donna ma ancor di più dalle sue labbra: rosse come il sangue, grandi e sporgenti, lo mettevano a disagio poiché gli ricordavano quelle della ormai defunta madre.
<<Si sieda>> disse lui indicando con la mano lo sgabellino di tela blu. Lei, quasi schifata, si sedette senza fare storie e senza dire una parola. Evitando troppi discorsi Thomas si mise all'opera. La guardava attentamente per coglierne i particolari, osservava le sue labbra con attenzione e sentiva un formicolio lungo la schiena ma continuava attento il lavoro. Adorava cogliere i particolari della gente, anche quelli più infimi, poi li disegnava e ne accentuava la grazia che questi esprimevano. La donna però, nella sua aristocratica aria, sembrava non possederne alcuno. Non ai suoi occhi almeno. Non impiegò molto, una ventina di minuti. Diede l'ultimo sguardo al suo disegno e lo trovò particolarmente ben riuscito e con fare fiero lo mostrò alla donna. <<Ma?>> disse lei mentre le si disegnava in volto un espressione di disgusto.
<<Quella non mi rispecchia affatto! La guardi! Ha il doppio mento, le guance enormi! E quelle labbra... Quella non mi assomiglia minimamente.>> finì alzandosi in piedi.
<<Ma signora, Il disegno è venuto bene!>> disse lui sentendosi sempre più a disagio dalla presenza della donna con i suoi irritanti modi di fare. Nonostante non lo riconoscesse, la donna aveva doppio mento, due guance giganti e le labbra sporgenti, proprio come li aveva disegnati lui.
<<Ma come si permette?>> squittì la donna ma Thomas aveva già smesso di ascoltarla, aveva lo sguardo fisso verso il vuoto, stava ricordando il passato...
-Previsioni meteo di oggi: 3 novembre 1965. Le piogge continuano in città! Il vento non sarà particolarmente forte come i giorni trascorsi...- risuonava alla radio.<<Papà!>> chiamò allegramente Thomas. <<Che c'è?>> rispose con tono scorbutico il padre, intento a centrare un bicchiere con delle monetine facendole prima rimbalzare sul tavolo.
<<Alla radio ho sentito che pioverà tutto il giorno anche oggi>> disse gaio Thomas per poi tornare a disegnare sul suo foglio che mostrava una bambina circondata da nebbia in un terreno spoglio, fatta eccezione per quelle che sembravano delle piccole tombe. Non era brutto: era un mix di colori in varie sfumature, lavoro ben curato per un bambino di soli dieci anni. La stanza in cui si trovavano non era molto grande: al centro vi era un tavolo di legno nero dove Thomas era solito passare del tempo a disegnare.
<<Grandioso! Ciò vuol dire che tua madre lavorerà di meno e tornerà prima. Cristo! Satana torna a casa prima anche oggi...>> ma non finì la frase che la porta d'ingresso si spalancò accompagnata da un fracasso metallico. Mostrava una figura femminile. Era alta e in carne. Aveva circa trentasette anni ma quello che saltava subito agli occhi erano le grandi e rosse labbra e dei lunghi e corvini capelli. Era vestita con un semplice vestitino a pois marroncino e indossava degli stivali di pelle neri.
<<Sono tornata>> disse sbattendo la porta. <<Dio, che tempo di merda! Non c'era nessun cliente anche oggi. Ho fatto poco...>> disse mentre frugava il frigorifero in cerca di qualcosa da bere. Thomas non capiva molto a proposito del lavoro della madre, sapeva che si faceva pagare per, come diceva suo padre, -farsi sbattere- ma non sapeva cosa significasse. Non gli importava: permetteva loro di vivere e quello lo capiva bene, fin troppo.
<<Non te l'hanno sbattuta oggi?>> disse con un sorrisino Thomas rivolto alla madre. Lei tacque qualche istante e così come aveva fatto lei, tutto sembrò tacere. Thomas non si accorse di nulla, fino a quando il rumore di sua madre, che fendendo l’aria con la mano, gli diede un sonoro schiaffo che lo colpì dritto sulla guancia destra, lasciandogli un solco profondo e sanguinante sullo zigomo destro, per via dell'anello che la madre portava al dito medio.
<<Bastardo di un figlio. E' stato tuo padre a dirti questo?>> gridò mentre Thomas correva a nascondersi in lacrime e dolorante, sedendosi in un angolo della stanza, angolo dove era solito ripararsi durante le liti dei suoi genitori. <<Figlio di puttana!>> ringhiò al marito <<Sei un grandissimo figlio di puttana! Fortunatamente quella stronza che ti ha messo al mondo adesso si trova quattro metri sotto i nostri piedi. Ah ma questa me la paghi! Mentre io vado a racimolare qualche soldo e tu non fai un cazzo, ti permetti di dire a mio figlio che "mi faccio sbattere"? Oh, ma lo vedrai...>> disse lei mentre si avvicinava a lui con fare minaccioso. Lui, evidentemente nel panico, dal basso della sua sedia a rotelle la guardava dritta negli occhi mentre esclamava <<Non è colpa mia se sono in queste condizioni>> fece una pausa mentre sbatteva la mano sulla ruota della vecchia sedia a rotelle sulla quale si muoveva da anni. <<E poi, non è nemmeno mio figlio! Chissà di chi cazzo è!>>. Non appena finì vide gli occhi di lei infiammarsi, la vide mentre si lanciava sopra di lui e si vide cadere seguito da un tonfo pesante. Caddero entrambi. Lì, in preda all'ira, la donna lo picchiava fra urla e lacrime, sotto gli innocenti occhi del figlio. Thomas li guardava pregando quello che gli altri chiamavano Dio. Lo pregava di farli smettere di farsi del male perché, dopotutto, erano i suoi genitori.
<<Senta, lo prende o no?>> disse lui tagliando corto. Era adirato adesso, e molto.
<<Ancora insiste? Lei...>> invece di finire la sua frase lanciò un urlo. In bocca sentiva il dolciastro sapore del sangue che le scendeva caldo dalle gengive rendendo i denti macchiati dal tempo di un visibile strato rosso rubino. Cominciò a piangere e ad invocare l'aiuto dei passanti. Thomas prese di fretta le sue cose borbottando qualcosa sommessamente. Si mise a correre verso casa. Dietro di lui la donna, ancora in lacrime, lo minacciava ringhiandogli addosso mentre qualche passante, davvero pochi vista anche l’ora, annuiva sconvolto nel vedere le condizioni della donna.
14:00
Arrivò presto di fronte alla casa familiare. Bussò tre volte prima di rendersi conto che la porta d’ ingresso era aperta. L’ira gli attanagliava lo stomaco mentre sentiva la fronte velata da un sottile strato di sudore per la corsa. <<Sono tornato>> gridò gettando gli attrezzi in un angolo e lo sgabello nell’altro, provocando un rumore ferreo. Si levò la logora giacca e la appese senza cura sull’appendiabiti per poi dirigersi verso la cucina.
<<Che diavolo…?>> Si fermò sull’uscio della porta. <<Che è successo qui?>> abbaiò alla figlia. A terra vi erano, come un tappeto d’avorio, moltissimi cocci dei piatti che erano soliti usare tutti i giorni per i pasti. La qualità non era ottima: non era un’ enorme perdita. La ragazza, che se ne stava seduta in un angolino a leggere un libro non troppo voluminoso ma visibilmente vecchio. Angela pensò un istante, poi disse: <<La mamma.>> indicando quel caos.
<<Le son caduti tutti i piatti dalla credenza ma è corsa via; ha detto di essere in ritardo ed ha lasciato tutto così, mi ha incaricato di pulire ma…>> disse lei gesticolando e mettendo in mostra il libro che presentava una copertina completamente rossa con sopra scritto, ricamato in filo color oro, L’ascesa Del Fuoco. <<E perché diavolo non l’hai fatto?>> chiese Thom mentre sentiva bussare uno dei suoi soliti mal di testa. <<Ma ovvio>> disse gaia lei <<Per finire questo libro: parla di un ragazzo che, per espiare i suoi peccati…>>.
<<Deficiente! Pulisci>> la bloccò lui <<vado al bar, mi rinfresco le idee>> disse alla figlia mentre era già in corridoio. Uscì velocemente dalla casa, sbattendo la porta dietro di se.
Sentiva la fame che gridava da dentro lo stomaco e il mal di testa che sbatteva pugni e piedi dentro il suo cranio. Doveva mangiare. Camminava già da un pezzo e non sapeva nemmeno da quanto camminasse né che ora fosse. Si guardò intorno e balzò ai suoi occhi una piccola tavola calda in fondo alla strada, aveva qualche soldo con se e decise di dover mangiare. Si incamminò verso quella direzione. La strada era non molto larga ed era puntellata da sbocchi che davano a vicoli più piccoli, molti dei quali, vicoli ciechi. Aveva lo sguardo vigile e attento. Lanciava occhiatine da ogni parte e scrutava ogni cosa. Si fermò di botto e scoccò un occhiata ad un vicolo alla sua destra. Vide una piccola macchina nera nascosta nella penombra. Dentro vi era una sagoma familiare. Si avvicinò con cautela portandosi lentamente allo sportello, mentre il sole cominciava a spegnersi all’orizzonte.
<<Mio marito. Ci scoprirà, ho paura, ho paura! Liam, ti prego, scappiamo da tutto. Tu e io. Per sempre>> Sussurrò lei mentre fissava negli occhi l’amante. Lui era palesemente molto più giovane di lei, aveva una lunga chioma di capelli biondi, la barba incolta e il tutto adornato da due splendidi occhi azzurri. <<Veramente…>> cominciò Liam ma subito gli morirono le parole in gola non appena vide il marito della sua amante apparire dal finestrino dietro di lei. Sembrava un colosso: occhi rossi quasi sporgenti, petto in fuori e spettinato come fosse reduce da un incidente. Thomas aprì lo sportello e trascinò fuori sua moglie di peso. Liam aveva già acceso la macchina e dava gas. Sfrecciava fuori dal vicolo mentre aveva ancora lo sportello del passeggero aperto. Fuori Thomas era intento a picchiare la moglie non badando alla macchina che ormai era sparita. Uno schiaffo, due, tre poi quattro… Le sanguinava il naso ed era piena di lividi. Si fermò Thomas solo perché sentiva la mano pesante, la stessa mano con la quale aveva picchiato la moglie. <<Thomas…Io…>> singhiozzava sanguinante la moglie. Aveva la voce rauca e inzuppata di saliva e sangue.
<<Zitta. Puttana. Tu…Come tutte le altre!>> lasciò li la moglie. A terra. Era sporca e piena di lividi. Grondava sangue e aveva gli occhi pieni di lacrime e l’affanno. Si trovavano in un vicolo minuscolo di periferia: la gente era davvero rada e quei pochi che passavano si voltavano dall’altra parte. Aveva paura adesso, ma vide il marito bloccarsi. Lo sentì borbottare sottovoce prima di girarsi dandole le spalle e dirigersi verso l’uscita del vicolo fino a scomparire del tutto dalla sua vista. Tirò un profondo sospiro di sollievo.
<<Mamma! Chi sono quegli uomini alla porta?>> disse il piccolo Thomas con suo solito fare gaio. <<Nessuno. Adesso tu te ne stai buono buono qui e non rompi le palle per qualche ora, d’accordo?>> disse lei senza attendere risposta mentre andava ad aprire. Sull’uscio tre uomini: bassi e tozzi. Tranne uno, era giovane e alto, gli altri sembravano di età sopra la cinquantina.
<<Allora, amore, andiamo?>> Disse quello che aveva il volto più giovane.
<<Certo! Vi faccio strada>> disse lei facendo l’occhiolino e sculettando verso la camera da letto. Vi entrarono dentro tutti e quattro. Passarono una decina di minuti quando Thomas cominciava a sentire i morsi della fame, era l’ora di cena ormai, e invocava inutilmente la madre. <<Mamma! Maaaa’!>> diceva gridando alla porta. Nessuno rispondeva, l’unica cosa che sentiva erano dei gemiti sporadici da parte dei presenti in quella stanza. Si fece coraggio, si incamminò verso la porta e la aprì. Vide sua madre al centro di un groviglio di corpi ammassati sul letto completamente disfatto. Vedeva le mani degli uomini toccare ogni punto del corpo della madre mentre uno, sotto di lei, si muoveva ritmicamente su e giù con il busto.
<<Guarda ragazzo, guarda!>> disse ridendo il più anziano: era canuto e aveva una pancia enorme. Era visibilmente affannato così come tutti gli altri che esplosero in una risata collettiva. Rimase lì, a guardare mentre sua madre “lavorava” e non riusciva a pensare a nulla se non al momento in cui tutto quello sarebbe finito. Momento in cui avrebbero lasciato sua madre, perché dopotutto era sua madre.
Spalancò gli occhi Thomas. Aveva ancora in mano una bottiglia di Vodka vuota. Si era appisolato al suo tavolo. Era in uno squallido bar per ubriaconi, era aperto tutta la notte, nessuno faceva caso a chi entrava o a chi usciva o chi entrava e non usciva più. Un lurido posto. Pagò lasciando una modesta mancia, non perché fosse generoso, ma non riusciva a contare bene i soldi. Chiamò un taxi che non tardò ad arrivare, si fece accompagnare a casa e pagò con tutto ciò che gli era rimasto in tasca.
L’ora era tarda.
22:30
<<Puttana!>> urlò Thomas.
<<Lo sapevo che mi facevi le corna!>> aggiunse mentre sentiva sotto i piedi alcuni piccolissimi cocci strisciare contro il pavimento della cucina, rimasti dopo la non curata pulizia di Angela. La moglie non riusciva a parlare bene, aveva il viso gonfio e pieno di lividi. La bellezza ormai spenta dall’età era completamente scomparsa sotto gli ematomi e i graffi. Si urlarono contro per un po’ ancora. Lui si reggeva in piedi a stento. Si accese un sigaro e fumò, o almeno, ci provava.
<<Sei una puttana. Tu! Come tutte quelle come te, come tuo figlio, come tua figlia e come mia madre! Andate a fanculo!>> ringhiò dirigendosi verso il corridoio. Guardò l’orologio che aveva al polso: 23:33.
23:35 Reprise.
<<No, papà>> disse Angela con un filo di voce. <<Taci!>> urlò Thomas che non capiva bene la situazione. Dalla porta della cameretta, che presentava i segni di forzature che egli stesso provocava, entrava la luce del corridoio che malamente illuminava il letto su cui era assieme alla figlia. <<Ti prego, papà, non…>> non le fece completare la frase: era già intento a spogliarla. Non era libidine la sua, era voglia di sfogarsi, incanalare i suoi problemi in qualcosa che lo facesse stare bene. Come l’alcol. Sentiva le tempie pulsare, il cuore batteva all’impazzata ed il sudore gli colava dalla fronte. <<Papà!>> urlò Angela. Adesso era in lacrime. Era infastidito da quelle lacrime, così come dal suono di quel tono di voce, voce femminile.
<<Ho detto di stare zitta!>> ringhiò Thomas mentre alzava la mano per poi lanciarla sul volto di Angela. Quest’ultima, lo spinse con tutta la forza che aveva addosso fuori dal letto per poi lanciarsi a sua volta sul pavimento. Thomas sentì qualcosa di duro sbattere sul pavimento di legno ma non vi fece caso. Le afferrò una caviglia stringendola quanto più poteva mentre urlava il suo nome. D’un tratto, mentre scuoteva il piede della giovane in modo da tirarla sul letto, un dolore atroce gli invase la bocca. Si alzò di tutta fretta guardando la figlia mentre zoppicava verso la porta. Fece un respiro profondo prima di alzarsi, prenderla per le spalle e buttarla a terra.
<<Puttanella! Proprio come le altre…>> diceva sottovoce, come se parlasse con se stesso. Angela strisciava aiutandosi con i gomiti verso la scrivania sporca come al solito e con i resti del pasto della figlia ancora li sopra. <<Ti prego papà, io non…>> ma non la fece continuare e le assestò un calcio dritto alla coscia che le fece scappare un grido. Thomas continuava a borbottare sottovoce sottolineando come fossero inferiori e infime le donne e qualsiasi altro dispregiativo gli passasse per la testa. Prese Angela per le spalle e la tirò su sbattendola sulla scrivania sopra la quale tremò tutto così forte da far cadere a terra la forchetta con la quale Angela aveva mangiato la sua frittata con un tozzo di pane.
<<Senti, brutta bast…>> cominciò Thomas, ma si fermò poiché la figlia, presa di coraggio, lo aveva spinto come più forte poté. Non era stato uno strattone potente, ma lo spostò di qualche centimetro tanto da fargli posare un piede sulla forchetta ancora unta di olio. Un ulteriore dolore lo colse al piede. Gli salì su per tutta la gamba e lo costrinse a lasciarsi cadere a terra, di peso, provocando un tonfo sordo. Il dolore gli si propagava fino alla nuca dove sembrava gli stessero martellando dentro. Adesso si trovava sdraiato a terra, stordito e ancora dolorante. Era intontito adesso. Non capiva nulla. Vide la figlia con un coltello in mano mentre gli si lanciava addosso. Il tempo sembrò arrestarsi. Vide la sua infanzia, adolescenza e la maturità in un solo istante. Gli passò la vita davanti agli occhi: rivide sua madre, suo padre con la sedia a rotelle, il suo cane ucciso a colpi di martello dalla madre poiché abbaiava troppo, rivide gli anni trascorsi in povertà, rivide la morte della madre, rivide se stesso dormire sotto un ponte prima che alcuni volontari gli dessero aiuto e una casa, rivide l’istante del suo matrimonio, squallido in una chiesa vuota. Ma era felice. Rivide il momento della nascita dei propri figli e rivide suo figlio scappare da quella casa che aveva reso un inferno per chi ci abitava dentro. Quell’ istante durò un eternità. Gli diede il tempo di chiedere scusa agli altri ma soprattutto a se stesso, era diventato tutto ciò che da piccolo si era ripromesso di non diventare. Il tempo era scaduto. Sentì la lama fendergli il costato fino a sentire un sonoro Crack.
Vide la figlia chiudere gli occhi e chiuse gli occhi anche lui, e li chiuse per sempre.